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Perché è lecito odiare personaggi e altre riflessioni sulla fiction

Odiare personaggi o arrabbiarsi per un brutto finale è visto male dalla società. A torto. Parliamone.

 

Nessuno si sognerebbe mai di dire a un tifoso “perché ti agiti? È solo gente che corre dietro a un pallone, non ha niente a che vedere con te o la tua vita privata”; pur essendo vero, sarebbe un affronto. Eppure, per qualche motivo, nessuno si fa questo stesso scrupolo nei confronti di fan delusi da serie che hanno adorato e seguito per anni. Perché?

Probabilmente perché la passione per il calcio è estremamente diffusa e accettata nel nostro paese, mentre il fenomeno del “tifo tra le pagine” lo è molto meno. Tuttavia non occorre un esperto di psicologia per sapere che il meccanismo di identificazione, (rispettivamente con la propria squadra o i personaggi preferiti) è affine.

Il diritto di protestare per una brutta storia si poggia su un principio sacrosanto: il diritto dei consumatori di protestare e arrabbiarsi davanti a un prodotto di qualità scadente.

Se amo il pane, ma di colpo la mia panetteria di fiducia si mette a farne uno pessimo, ho tutto il diritto di criticarli e scegliermi un’altra panetteria. Analogamente, se ho pagato per farmi coinvolgere da una storia di un tipo e scopro che già a pagina cinque il genere cambia completamente e non è quello promesso dalla copertina ho tutto il diritto di arrabbiarmi, idem se un personaggio è mal scritto, o anche solo per questioni personali.

Per esempio, è normale che un lettore introverso e prudente proverà una gran voglia di urlare in faccia a un protagonista impulsivo che crea più danni e problemi del cattivo, soprattutto se l’autore si arrampica sugli specchi per giustificarlo ed evitare che cambi in meglio. O se la storia viene venduta come un rosa romantico, ma in realtà è un thriller tragico perché la controparte maschile è psicopatica (I want to escape from princess lessons, sono passati due anni che cerco invano di dimenticarti e prima o poi ci riuscirò!).

Non oso immaginare quanto debba essere dura per persone affezionate a franchise pluridecennali rovinati da pessime rivisitazioni. Cresci col mito di un eroe, la cui storia ti accompagna in momenti felici e bui, finché non assumono uno o più pessimi scrittori e la scelta migliore che puoi fare per la tua salute mentale è …ignorarli.

Del resto si tratta di finzione: nulla vieta al fruitore di storie di ignorare brutti seguiti o rivolgersi alla fanfiction.

Persino nelle epoche remote in cui miti erano considerati verità e fonte di legittimazione per il potere politico, esistevano sempre più versioni di una stessa storia – che a volte assumevano maggiore notorietà e successo rispetto a quelle più antiche. Ad esempio la storia di Robin Hood ha un sacco di varianti e finali differenti, soprattutto tra le prime versioni e quelle più tarde.

Mi fa sorridere pensando agli antichi che discutevano fra loro su quanti e quali dei versi di Omero fossero autentici e se Ifigenia fosse stata davvero sacrificata, o si fosse salvata. Certe cose non sono cambiate. Da sempre le storie, fittizie e non, ci ispirano nel bene e nel male.

Se ti affezioni a un personaggio storico devi anche accettarne la morte e i difetti documentati, ma non funziona così nella fantasia. La fiction è qualcosa di fittizio che creiamo con la nostra mente per sentirci meglio, esplorare emozioni e concetti e mille altri motivi, perciò le discussioni su cosa è canonico o meno possono essere divertenti e stimolanti da seguire, ma senza dimenticare che si tratta di fiction e qualcosa potrebbe comunque restare fuori posto.

 

Questo articolo mi è stato ispirato dal troppo tempo che passo su Youtube, terra piena di saggisti di storie, in fede buona e cattiva.

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