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3 Tropi sottovalutati che adoro e 3 che aborro

 

 

Oggi vi voglio parlare di 3 tropi che adoro e altrettanti che ho finito per odiare.

 

È molto tempo che non facevo un articolo di questo tipo. Lo spunto mi è venuto dalla lettura del 2° volume del manga Rai! Rai! Rai!, dove sono presenti sia tropi che adoro, sia altri di cui farei volentieri a meno.

 

Il primo, il più raro e che dubito abbia un nome è quando i personaggi si parlano. Anziché arrabbiarsi quando gli vengono fatte domande legittime, rimanere zitti e fare gli offesi, o mentire con conseguenze disastrose, adoro quando i personaggi si parlano – o almeno si sforzano di comunicare da persone normali.

In Rai! Rai! Rai! La protagonista si ritrova reclutata da un’organizzazione militare che combatte mostri e fa amicizia con una sua coetanea dal carattere molto serio. Le chiede perché combatta i mostri e l’altra risponde che un mostro le ha ammazzato la famiglia vaporizzandola in un secondo. Dopodiché lei è stata cresciuta dall’organizzazione dove è poi entrata con un solo scopo: fare in modo che nessun altro debba vivere la sua tragedia.

Non scende dei dettagli, non è un infodump gratuito e logorroico, sono solo due baloon di dialogo con un breve flashback alle sue spalle. Suona come qualcosa che una persona normale direbbe al suo posto.

Quante volte, in questa stessa situazione, ho visto personaggi chiudersi a riccio, o sbraitare, e lasciare ad altri personaggi il compito di dire “scusalo/a, ha una storia difficile alle spalle”? Oppure, viceversa, fare infodump strazianti e iper dettagliati? O, ancora, tacere e lasciare questa domanda in sospeso per decine o centinaia di capitoli – anche quando è la cosa più intuibile del mondo?

Qua no. È tutto sobrio, in-character e sufficiente per soddisfare la curiosità legittima della protagonista e del lettore.

Sembra poco, ma coi troppi protagonisti e personaggi complessati in giro cotanta maturità mi è sembrata qualcosa di pazzesco. Un pizzico basterebbe a evitare mille conflitti fastidiosi e facilmente risolvibili. Credo che questo tropo sia un balsamo per il cuore del lettore, soprattutto se deve affrontare persone irragionevoli nella vita reale ed essere ricordato che esistono anche quelle buone e mature.

 

Sfortunatamente, il 2° volume di Rai! Rai! Rai! Contiene anche un tropo che detesto: il/la protagonista con un potere incontrollabile. Il/la protagonista ha un potere molto figo e utile, ma non è controllabile a comando e questo porta a due risultati: primo, per capire come funziona, il/la protagonista è costretto/a a lasciarsi pestare a sangue e/o patirne di tutti colori, magari anche con contorno di bullismo da parte di chi non ha assistito di persona al suo potere. Secondo, piovono figuracce galattiche perché proprio quando il potere serve per salvare gente smette di funzionare e giù mazzate, dolore, paura e disagio. Tanto disagio, magari con contorno di umiliazione pubblica, sensi di colpa e conseguenze disciplinari.

Uno dei motivi per cui mi tuffo nella fiction è accarezzare la fantasia di avere qualcosa di infallibile, almeno un punto fermo nella trama. Il potere/l’asso della manica del protagonista, per piacermi, dovrebbe essere come le trasformazioni magiche: magari il cattivo della puntata è troppo forte e i buoni le prendono lo stesso, ma la trasformazione magica in sé funziona e resta un punto fermo della trama e della caratterizzazione del protagonista.

È lo stesso motivo per cui ho un rapporto di amore e odio con gli RPG da tavolo; va bene mantenere un elemento di incertezza e non rendere tutto troppo facile, ma che l’esito di un’azione sia sempre deciso da un lancio di dadi mi irrita. Magari ho comprato duecento modificatori e ho fatto grinding, ma mi esce il numero sbagliato e le prendo comunque.

Quando leggo queste scene vengo sopraffatta da puro imbarazzo di seconda mano. Trovo che sia ingiusto e cringe far dipendere così tanto conflitto da qualcosa che non è direttamente colpa del/la protagonista. Non è più sensato e interessante se il conflitto riguarda idee diverse, o una scelta sbagliata del protagonista che deve correggere la rotta, anziché un lancio di dadi sfortunato?

E io rimango lì, insoddisfatta, imbarazzata e col disagio, tutte cose negative che posso avere gratis ogni volta che voglio e anche quando non voglio – non ho bisogno di scomodare la fiction, per questo.

 

Devo a Guild handyman? More like mastermind! L’aver rivisto un altro tropo che adoro, di vecchia data ma sempre più raro: l’antagonista con un codice morale.

Il cattivo di questa light novel entra in scena come un bastardo spacca tutto con poco cervello ed enormi poteri legati al fuoco. È convinto che chi è forte vince tutto – così tanto che quando il protagonista lo riempie di mazzate dimostrando di essere più forte di lui, il suo stesso codice morale gli impone di restituire un oggetto magico senza bisogno di ulteriore violenza o sommosse politiche. Il cattivo avrebbe potuto ignorarlo e incassare una vittoria, ma ho trovato che sia stata una svolta interessante che abbia consciamente deciso di rispettare le sue convinzioni anche quando queste gli hanno fatto perdere il vantaggio.

Era tipico dei cavalieri riempirsi di mazzate (sperabilmente) rispettando un codice.

Trovo le dinamiche di questo tipo molto più interessanti e umane che non “il cattivo è disumano e devo ammazzarlo per il bene assoluto”.

Ci sono rivalità che possono diventare amicizie nel rispetto delle differenze reciproche – una speranza anche per il nostro mondo diviso e complicato.

 

Il tropo di cui sopra è anche un ottimo antidoto contro un altro che non sopporto ed è ahimé più diffuso: i cattivi cartonati ragebait.

Sono quei cattivi bastardi fino al midollo la cui presenza in scena è piacevole come il gessetto sulla lavagna sparato al massimo volume. Sono quelli che già alla prima entrata in scena ti fanno contare i minuti e secondi alla loro sconfitta; magari entrando pestano qualcuno senza motivo con una mano e con l’altra annegano dei gattini.

A parte essere cattivi non hanno una personalità definita o una motivazione decente. Sono solo prop di scena destinati (sperabilmente) a morire per mano del buono e far incavolare il lettore, esattamente come quei video ragebait creati per suscitare odio, oltraggio e attenzione – a scapito della realtà o una qualsiasi discussione potenzialmente interessante.

Sono comunissimi, ma non necessari: è vero che certe storie richiedono un cattivo irredimibile per funzionare, ma ciò non significa che il cattivo in questione debba per forza dare calci ai denti mentali del lettore.

Cattivi come Ursula, Malefica, Scar, Crudelia, Frollo, Ade e altri della vecchia Disney sono irredimibili e memorabili, ma non rovinano i nervi agli spettatori. Sono spaventosi, ma hanno anche grandi personalità e capacità di intrattenere e far riflettere – doti assenti nei cartonati ragebait. Più passano gli anni e meno li sopporto.

Li reggo soltanto quando sono davvero prop di scena destinati a comparire e sparire per sempre nel giro di poche pagine – magari giusto per far vedere quanto è corrotto il sistema in cui vive il protagonista. Rientra in questo caso il cattivo del 3° volume del manga No longer allowed in another world, uno psicopatico cannibale. A differenza del primissimo antagonista, che torna sulla Terra e inizia ad affrontare i problemi mentali che l’avevano spinto a diventare malvagio, parte come uno psicopatico privo di empatia e rimane tale fino alla morte per mano della figlia di una sua vittima. È un contrasto realistico rispetto al primo: non tutti i cattivi meritano compassione e sono in grado di riflettere sul male compiuto e di pentirsi.

Il cannibale compare al termine del 2° volume e viene ammazzato verso la fine del 3° ed è in scena solo per lo spazio di tempo necessario a far capire che è una minaccia, uno psicopatico e come funziona il suo potere. Puoi muore. Così mi va bene, ma i cartonati ragebait che si trascinano per intere saghe non posso reggerli.

 

Uno dei motivi per cui amo le light novel è la presenza di un tropo quasi del tutto assente nella letteratura occidentale: il protagonista/personaggio fantasy prudente.

È più frequente che i protagonisti dei fantasy siano orfani, giovani ingenui, veterani con ferite interiori, o teste calde che risolvono tutto a pugni. Quel tipo di eroi che si butta nella bocca del leone senza uno straccio di piano e non sanno manco loro come fanno a uscirne vivi.

Trovare protagonisti mentalmente normodotati – né mastermind infallibili, né scemi – mi ha permesso di immergermi molto di più nelle storie. Con loro non mi capita di urlare alle pagine “ma no, imbecille, non lo vedi che è una trappola?!” o “va bene, ma questa cosa come ha fatto a capirla o saperla?”. È davvero come se fossi io con le competenze del mondo reale e l’ideale di una vita tranquilla a vivere tutte quelle avventure.

Un esempio che mi è rimasto nel cuore è il protagonista di Reincarnated as the Hero’s friend. Reincarnatosi come l’amico dell’eroe di un videogioco, si ritrova a dover prevenire la distruzione della capitale e della sua intera casata. Si ricorda la storia originale, ma man mano che la storia procede, la trama inizia a divergere. In più, a differenza dell’Eroe, non ha alcun potere speciale su cui contare, solo i suoi alleati e le sue conoscenze previe.

Amo anche Rein di I parry everything. È il fratello della principessa del regno del protagonista – nonché l’unica persona dotata di buonsenso del paese. Il loro piccolo regno è patria di potenti avventurieri e lui non è così forte; preferisce usare la diplomazia per risolvere i conflitti e tentare (spesso invano) di tenere sotto controllo le potenti teste calde che ha attorno. A un certo punto ha l’intuizione di far costruire alla sorella una robusta armatura magica – al costo di perdere il suo patrimonio personale. Risultato? Senza quell’armatura, la sorella sarebbe schiattata sotto il peso di eventi che nessuno si poteva immaginare quand’ella era partita per un regno vicino.

I personaggi dotati di buonsenso, né idealizzati né cinici senza cuore, rendono il mondo narrativo più plausibile e umano.

La fiction è utile per esplorare scenari alternativi e grandi emozioni, ma se ci sono solo teste calde diventa difficile sospendere la credulità e potercisi immergere.

 

Questo tipo di protagonista è anche un ottimo rimedio a un altro tropo ormai famigerato: le girlboss.

A prescindere dal sesso, credo che i protagonisti migliori siano il giusto mezzo tra i due estremi dello zerbino e del carro armato inespressivo che ha sempre ragione e il cui unico problema sono gli idioti che ha attorno – il riferimento a Scarr de Il re leone non è casuale.

Una protagonista che parte debole e piena di dubbi e arriva a fine storia più forte e sicura di sé è molto più empowering, credibile e umana di una che parte già perfetta – e che a tredici anni mena meglio di un uomo grande e grosso che si è allenato per tutta la vita. Si può aggirare il problema con la magia, ma dopo un tot è davvero dura non perdere la credibilità.

Non capisco perché certe storie incoraggino gli uomini a conoscere e abbracciare le loro debolezze e bisogno di compagnia, ma scoraggino queste stesse cose nelle donne.

Le protagoniste guerriere esistevano già ai tempi dei poemi omerici, ma possono pur sempre restare umane, avere difetti, dubbi o momenti di debolezza – esattamente come i protagonisti maschili.

I protagonisti perfetti alla Superman possono esserci e ispirare il pubblico, ma la girlboss, più che ispirare, tende a fare la figura della saputella amorale attorno a cui gira tutto l’universo – perché è la preferita dell’autore.

Non sono l’unica che le considera un turn-off.

 

Se siete d’accordo con me o avreste altri tropi da suggerirmi, fatemi sapere!

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