Eccoci finalmente all’ultima parte del penultimo wrap-up dell’anno! Tenetevi pronti perché ho ancora molto da raccontare.
Il 3° volume di No longer allowed in another world non ha deluso le aspettative. Lo stile del disegno è sempre stato gradevole, ma dopo quello di The dark History of the reincarnated villainess mi è sembrato un capolavoro assoluto, un balsamo per la vista e l’anima che ha guarito ferite interiori che non sapevo di avere. È stato splendido vedere scene d’azione e capire cosa ci stava accadendo senza dover rileggere e sentirmi stupida.
La trama continua a fondere isekai, shonen e i relativi, numerosi cliché in modo tale da renderli brillanti. Semplice, ma molto ben eseguita.
La storia di Tama e la gag dove l’autore depresso finisce il sonnifero mi hanno fatta morire dal ridere. Ovviamente la continuerò.
Il 2° volume di Rai! Rai! Rai! Avrebbe meritato 5 stelle, non fosse stato per il finale.
Per il 90% è stato molto più bello e puccioso di quanto mi aspettassi; rincuora vedere personaggi non psicopatici o iper complessati che si parlano e agiscono da umani – anziché ferirsi senza motivo, o creare drammi inutili. È la chance per riprendersi emotivamente dai combattimenti numerosi del 1° volume e dare una sbirciata più a fondo nel mondo narrativo – che ho trovato interessante. Si intravedono le ferite orribili lasciate sull’ambiente – compresi i cadaveri sfigurati – lasciate dalla guerra aliena e come le mega corporazioni stanno oggettivamente aiutando e salvando l’umanità, ovviamente facendoci sopra una montagna di soldi.
Lo zerbinismo della protagonista mi dà un po’ ai nervi ma è comprensibile, data la situazione. Ciò che mi ha fatto esplodere i nervi e non ha giustificazione è il finale, dove alcune delle menti più brillanti del mondo non trovano modo migliore che aiutare la protagonista a controllare i suoi poteri se non picchiarla a sangue fino al punto di (quasi) ucciderla.
Davvero? L’ingegno umano è riuscito a spuntarla in una guerra contro degli alieni e sanare la Terra da orrori ambientali mai visti prima– ma quando si tratta di aiutare qualcuno con poteri mai visti prima non trova altro modo che picchiarlo a sangue?
È stato questo finale a ispirarmi uno degli articoli scorsi su quanto personalmente detesti il cliché del protagonista il cui grande potere è incontrollabile. Non importa quanto il potere sia raro, particolare e mai visto prima, mi puzza sempre come un comodo pretesto per scatenare drammi e combattimenti senza dire nulla di nuovo o di sostanza. Nessun bisogno di introdurre nuovi personaggi, antagonisti, dilemmi morali o imprevisti legati al mondo narrativo, basta dare un potere incontrollabile che spinge le persone a comportarsi in modo orrendo col protagonista senza che egli ne abbia colpa. Mi rendo conto che è una metafora per cose che non possono essere controllate, ma continua a non piacermi – e mi rifiuto di crederne che non si possano crearne di migliori.
A salvare la protagonista deve letteralmente intervenire un mostro – mentre alcuni membri della squadra sono costretti a mettersi in gravissimo pericolo per aiutarla.
Davvero, ragazzi? Davvero non si trovava un altro modo per creare conflitti, dramma e azione?
Il finale non mi è piaciuto, ma ho comunque intenzione di proseguire e sperare che la serie si riprenda nel 3° volume.
Belvedere – guida alle collezioni non mente: è davvero una guida alle collezioni e dipinti del palazzo del Belvedere a Vienna. Il libro include agili mini-saggi sulle varie epoche storiche e brevi biografie degli artisti più famosi e notevoli.
Niente di più, niente di meno.
Ogni sezione ha questa struttura: saggio introduttivo, opere con una relativa didascalia, eventuali biografie degli artisti più notevoli del periodo, altre opere con didascalie – e poi si passa alla prossima epoca.
Se solo le immagini fossero state più grandi e di maggior qualità – e con migliori didascalie – questa lettura avrebbe meritato 5 stelle, ma così non è stato. All’inizio mi ha un po’ frustrato vedere grandi dipinti ristretti a poco più di francobolli, ma alla fine mi sono rassegnata.
A quanto pare non tutti i libri/guide d’arte possono permettersi i soldi per pagare buoni grafici e fotografi essere corredati da foto pregevoli come quelle della guida al tesoro imperiale degli Asburgo – dove vi giuro che non c’era gemma o capolavoro che non potesse contare su foto capaci di coglierne la maestà e magnificenza dei dettagli.
Dalla salvezza di pochi alla salvezza universale – breve guida ai mosaici della basilica di Aquileia è un libro che mi è rimasto impresso per vari motivi – e non tutti sono quelli previsti dagli autori.
Le immagini sono splendide, la prosa di buona qualità, idem per il ritmo, e il mini-glossario rende il contenuto accessibile anche al lettore inesperto. L’ipotesi che gli splendidi mosaici della basilica siano stati ispirati da Pistis Sophia, un testo gnostico, è affascinante e ha delle buone argomentazioni, ma è ovviamente impossibile sapere se sia corretta.
È già un traguardo (relativamente raro) per me imparare cose che non sapevo sulla Storia antica e medievale. È una guida agile che vi consiglio.
Ma il motivo per cui mi è rimasta più impressa è che Pistis Sophia mi ha ricordato tantissimo quei power fantasy orientali chiamati xianxia e cultivation dove il protagonista passa da un mondo all’altro e affronta demoni/mostri/divinità sempre più potenti fino ad ascendere al grado di divinità a sua volta. Analogamente, secondo Pistis Sophia, dopo la morte l’anima passa per vari cieli dove ci sono mostri cattivi che straziano le anime, finché l’anima non li vince (o con la forza o con l’astuzia o pratiche specifiche) e passa al prossimo cielo dove c’è un mostro più brutto e forte, eccetera, finché non arriva al punto più alto che è in seno a Dio. Vi sono mischiate varie mitologie, da quelle bibliche, pagane a quelle orientali – come succede anche in buona parte delle storie xianxia, xhuanhuan e cultivation.
È un testo che sembra partorito da qualcuno che aveva fumato più sostanze psicotrope in una sola volta – o almeno, questa è l’impressione che ne ricavo dal riassunto e dai brani citati.
A volte mi chiedo “chissà perché i padri della Chiesa avevano espunto dal canone testi come questo”, poi li leggo e capisco il motivo.
Mi piace pensare che il loro ragionamento sia stato: “primo, questo testo contraddice il messaggio di Cristo per come è stato ricordato dagli apostoli, secondo sembra scritto da qualcuno che ha fumato e bevuto troppo. Respinto dal canone.”
Museo delta antico – guida al museo è una guida al museo di Comacchio nonché un regalo da parte di mia zia al termine della visita.
Ho letto guide e libri di storia decisamente più appassionanti, ma non promette nulla che non mantenga. Nonostante la brevità, è una finestra abbastanza completa sul passato – e ammetto che ero abbastanza ignorante sulla storia antica della zona del delta del Po.
Mi è sembrato di tornare nel museo, che era molto ben curato e ha a propria volta una lunga storia come edificio – era un lazzaretto che occorsero secoli per finire e fu poi chiuso e riadattato a vari usi fino a diventare il museo odierno.
Non è male nemmeno come ritmo e stile, e le immagini includono alcune mappe e schemi utili a una più profonda comprensione della Storia.
E qua arriviamo al punto più basso delle mie letture di novembre: Il museo Gutenberg di Magonza – una guida attraverso il museo delle stampe e delle scritture.
Se le guide di Vienna e Comacchio sono ben scritte, che tesoro potrà mai essere una guida del museo più importante dedicato alla stampa?
No.
Questo testo può essere considerato un tesoro solo se vi fate regalare una moneta per ogni singolo errore sintattico e grammaticale ed espressione mal tradotta che incontrate. Alla fine sarete ricchi proprio come se aveste trovato uno scrigno pieno d’oro.
Nemmeno le IA traducono così male, o almeno non quelle più recenti.
È un ammasso informe e continuo di anacoluti, frasi interrotte, errori di grammatica (il più frequente sono parole tutte attaccate che probabilmente sono corrette in tedesco) ed espressioni come “si compì una grande eruzione di testi scritti”.
Sono solo 69 pagine, ma mi sono sembrate più del triplo. Finirlo ha richiesto ignorare le strida di protesta della mia salute mentale.
Le immagini sono carine ma da sole non possono salvare questo disastro – e non aiuta che il contenuto, orrori di grammatica a parte, non è particolarmente interessante. Parla molto del lato tecnico della stampa con giusto un’infarinatura di Storia, ma non dice nulla che non si possa trovare altrove e scritto molto meglio. Da evitare.
Infine, con curiosità ma anche dispiacere, ho finito novembre con l’ultimo volume del manga di Only I know that this world is a game. Nonostante qualche difetto, è un manga che mi ha preso un sacco e mi è spiaciuto che finisse così presto (“solo” al 10° volume).
Dopo 9 volumi di disavventure, il protagonista è pronto ad attaccare e sconfiggere personalmente il Re Demone … che però muore annegato prima ancora che egli si possa avvicinare al castello. Mi ha fatto morire dal ridere ed è un anticlimax, ma in un mondo pieno di bizzarrie come questo e un tono che non si è mai preso troppo sul serio ci sta benissimo. Le reazioni di disappunto dei personaggi sono puro oro.
Il finale in cui il protagonista e la cugina tornano a casa e riescono a collegare i due mondi in modo tale da poter visitare è splendido e scalda il cuore – oltre a essere un piccolo plot twist a propria volta. È stata toccante in particolare la riunione tra il protagonista – che all’inizio della storia viveva solo e ignorato da tutti – e i genitori. Alcuni snodi avrebbero avuto bisogno di più tempo per essere sviluppati e approfonditi, ma tutto sommato è stato un buon finale.
L’unica pecca è stato il ritorno e trionfo di miss Treno – la regina e imperatrice incontrastata dei personaggi inutili e fastidiosi. Ottiene tutto quello che aveva desiderato su un piatto d’oro senza muovere un dito: la liberazione dalla maledizione, l’essere diventata l’avventuriera più forte del mondo e l’aver sposato l’uomo che amava – anche se lui non ricambia. Tutto per puro culo (solo perché aveva in tasca un oggetto buggato) e perché il protagonista ha sudato settemila camicie per aiutarla e salvarla –sposandola solo per innescare eventi magici specifici che le hanno impedito di morire divorata dai mostri. Il contributo di lei in tutto ciò è stato: piagnucolare, obbedire ciecamente al protagonista e piagnucolare ancora. Almeno ha occupato poco spazio.
Un’altra mia piccola frustrazione è che non viene risolto l’harem i cui si è ritrovato il protagonista, sposato a miss Treno – che lui compatisce ma non riama – e conteso tra una catgirl samurai e una principessa smemorata.
Nella postfazione il disegnatore ammette che queste sbavature sono causate dal fatto che la trama del romanzo originale è molto più complessa, con più semine narrative e raccolte soddisfacenti alla fine. All’inizio del manga nessuno si aspettava che l’adattamento sarebbe durato così tanto – facendo rimpiangere al mangaka tutte le semine narrative e i dettagli tolti per quello che doveva essere un adattamento assai più breve e asciutto.
In questi casi di solito recupero il romanzo originale, ma ho toccato con mano che l’autore in questione ha una prosa sbrodolata, lenta e lunga tale che mi sono fatta andare benissimo questo manga.
Spero di trovarne di altrettanto buoni e memorabili in futuro.


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