Non tutti i fantasy di marzo hanno corrisposto alle aspettative. Ve ne parlerò come ho sempre fatto: totale onestà, anche con le serie che mi ha fatto più male mettere qua.
Avevo sentito grandi cose sul manga di Ruri Dragon, così quando la serie è andata in sconto, ne ho comprato il 1° volume – solo per esserne delusa.
È una storia slice of life che parla di Ruri, una ragazzina qualunque che un giorno si risveglia con corna e poteri difficili da controllare. Viene fuori che il padre che non ha mai conosciuto è un drago, e che le abilità ereditate da lui potrebbero manifestarsi in modi imprevedibili. Iniziano così i coraggiosi tentativi di Ruri di vivere una vita normale nonostante tutto.
Capisco perché a molte persone sia piaciuta questa serie; per gli amanti dello slice of life puro e per chi si è mai sentito diverso, Ruri Dragon tocca tasti profondi.
A me è piaciuto molto lo stile di disegno, ma non la storia. Ho trovato il ritmo a dir poco soporifero, e non aiuta il fatto che non mi piacciono né lo slice of life puro, né l’ambientazione scolastica. Un altro punto debole è che mi è stato impossibile sospendere l’incredulità dopo che Ruri brucia per errore i capelli di un suo compagno di classe. Capisco l’intento di mostrare empatia e comprensione, ma il fatto che tutto si risolva con un abbraccio universale a Ruri mi è sembrato decisamente più irreale dei poteri da drago; nella mia esperienza, episodi molto meno gravi possono generare reazioni assai forti.
Ruri non l’ha fatto apposta, ne è mortificata e si chiede se per la sicurezza dei compagni non sarebbe meglio studiare a casa, ma davvero va bene a tutti, questa soluzione? Tutto come prima, finché Ruri non sviluppa un altro potere incontrollabile e potenzialmente letale – come accade nell’ultima vignetta, dove ne sblocca uno legato ai fulmini? Se in quel mondo alternativo sono circostanze non inaudite, com’è che non esiste un qualche sistema di sicurezza inclusivo come chessò, banchi di titanio?
L’inclusione è fondamentale, ma richiede anche equilibrio, attenzione e strumenti adeguati per tutelare tutti – e questo dettaglio è trattato con una superficialità e leggerezza tali da lasciarmi perplessa. È un tema che mi tocca anche personalmente, e probabilmente questo influisce sul mio modo di leggerlo.
Una persona a me cara ha avuto delle elementari difficili perché un bambino con problemi comportamentali attaccava fisicamente le maestre e disturbava le lezioni, al punto che erano sempre indietro con programma; un paio di volte lei è tornata a casa coi lividi, o con storie di bambine che erano state chiamate (e purtroppo toccate) in modo inappropriato da lui. La soluzione non era certo chiudere quel bambino in gabbia e picchiarlo, ma la persona a me cara e gli altri alunni, non avevano forse il suo stesso diritto all’educazione e al non essere picchiati? E la maestra? Inclusione non dovrebbe significare sostituire un’ingiustizia con un’altra. Magari se il sistema delle maestre di sostegno avesse funzionato, il manga mi sarebbe piaciuto – o forse no, visto che si tratta anche di un genere che non mi fa impazzire.
Un dettaglio che ho apprezzato è che i due gatti che hanno paura di Ruri e si allontanano da lei, non vengono demonizzati dalla protagonista. Ruri non li biasima, sa che i suoi poteri possono essere un pericolo oggettivo, e al tempo stesso non permette alla loro silenziosa maleducazione di guastarle l’umore e la giornata.
Il bisogno di sicurezza, oltre che riconosciuto dai diritti, è umanissimo e universale, è la ragione di fondo per cui esistono gli Stati, le case, le famiglie, le amicizie … può portare a disastri se estremizzato, ma vale lo stesso anche per l’amore e i sentimenti più nobili.
Ruri Dragon mi ha riportato a galla ricordi e domande, senza però offrirmi una soluzione soddisfacente, solo la finestra su un mondo alternativo di pura melassa che trovo molto meno credibile di altri fantasy.
Adoro il manga di Atelier of witch hat; il disegno è una gioia per gli occhi, e la storia è di altissima qualità.
Eppure, ho dovuto essere onesta con me stessa e metterne qua il 13° e 14° volume.
Il 13° mi è piaciuto molto. Credo davvero che poche altre serie riescano a trasmettere così bene l’idea di un dilemma morale: la magia proibita può essere usata per salvare vite, ma è anche all’origine di innumerevoli disastri. È giusto fare delle eccezioni, o è più prudente rispettare le regole a ogni costo? Il coraggio della protagonista Coco, la sua intelligenza e la volontà di trovare compromessi e alleati ne fanno un personaggio memorabile: speranzosa e ottimista, ma non ingenua né incapace di cogliere le sfumature. Le serviranno tutto il suo coraggio, la sua astuzia e i suoi alleati per salvare la città dalla sanguisuga gigante mutata.
Il 14° è il momento in cui la magia, per me, si incrina. I micro-capitoli dedicati ad altri personaggi (alcuni anche molto secondari) non sono affatto male, ma ho avuto la sensazione che rallentino la storia e che sarebbero stati più adatti in momenti dal tono più contemplativo. Le discussioni filosofiche restano profonde e toccanti, spesso nascoste in scambi all’apparenza semplici, ma a lungo andare finiscono per suonarmi un po’ artificiali. Suona inautentico anche che nel ben mezzo di un’adunata di potenti maghi, soltanto Coco riesca a pensare a uno straccio di piano. Tutti gli altri adulti o danno retta a Coco, o danno di matto a caso, o restano a torcersi le mani – va bene che è una situazione imprevista, ma davvero soltanto Coco ha un cervello?
Questo retrogusto mi ha un po’ guastato anche il ricordo del 13°.
Continuerò la serie perché sono curiosa di vedere come (e se) Coco e Agate se la caveranno e qual è stato il presentimento negativo del loro maestro Quifrey e il bagliore misterioso – ma è come se una magia perfetta della serie si fosse incrinata. Un lieve delusione, ma ho letto molto di peggio a marzo.
Il 3° volume di Disowned, but not disheartened! Life is good with overpowered magic è stato appunto uno dei peggiori tonfi del mese. La serie era partita come una commedia che sovvertiva i (troppi) cliché sull’eroina con superpoteri bullizzata e odiata da tutti; questa protagonista ha superpoteri, ma anche una vastissima rete di amici e alleati e un punto di vista brillante e spiritoso che è una gioia da leggere.
Poi è arrivato il 3° volume. Fuffa a non finire, un cattivo bastardissimo ancora impunito – per la prima volta in questa serie -, un ritmo lentissimo e la voce interiore della protagonista che si è fatta quasi incolore. C’è anche molta meno azione del solito, ma questo problema dovrebbe risolversi nel volume seguente, tra la successione anticipata della protagonista, l’invasione di mostri e manovre politiche assai losche dietro le quinte.
Ho fatto una gran fatica ad andare avanti e finirlo. Se il 4° volume non mi stupirà, mollerò la serie senza rimpianti.
Magilumiere – magical girls inc. è una delle mie serie preferite – e mi addolora metterla in questo articolo, ma non posso mentire a me stessa o a voi: l’arco narrativo dei volumi 10, 11 e 12 mi ha delusa.
Il 10° è il classico momento “all is lost”; la compagnia di ragazze magiche della protagonista è stata sciolta per false accuse. Mi aspettavo di vederli lottare in tribunale, invece c’è un salto temporale di anno; la protagonista si è messa a lavorare altrove e ha fondato una nuova compagnia in cui spera di riunire i vecchi compagni d’arme. Vorrebbero tornare in pista ma hanno contro dei pezzi grossi, e si ritrovano costretti ad appoggiarsi a un investitore piuttosto eccentrico. Non fosse stato che mi ero fatta degli spoiler sfogliando i volumi seguenti, avrei odiato a morte un personaggio. Non è stata una lettura tremenda, ma ho avuto la sensazione che gran parte del contenuto fosse inutile, o molto riassumibile.
L’11° è concentrato soprattutto sull’intrigo; in che altro modo possono ripulire il loro nome e ritrovare il loro capo scomparso? Ci sta, ma il fatto che le scene e momenti leggeri e umani fossero in netta minoranza rispetto alla media della serie, si è sentito molto. Ammetto che è stato emozionante rivedere la compagnia riunita nell’ultima vignetta e, finalmente, avere avuto una spiegazione sui maneggi umani dietro ai mostri. È spiegata anche la motivazione dietro al travestitismo del loro capo – una volontà di comprendere le donne, nessuna motivazione sessuale – e la storia del suo vice. Eppure, mi aspettavo molto di più dalla lore: chi era la persona morta a cui il capo aveva fatto la promessa, e in quali circostanze? Vedremo dei flashback sull’enorme incidente di vent’anni fa? Siamo sicuri che dietro non ci sia un cattivo più cattivo, o forze che sfuggono al controllo e conoscenza umana? Non so di preciso cosa mi aspettassi di straordinario, ma mi aspettavo qualcosa di più. È come se questo volume mi avesse invitato a un colossale buffet, solo per farmi avere due portate di medie dimensioni; non è cattivo quello che ho letto/mangiato, ma mi aspettavo di alzarmi sentendomi più sazia e soddisfatta.
Il 12° volume è quello in cui la sensazione di insoddisfazione si è fatta più forte. I protagonisti riescono a mettere in fuga il cattivo e salvare un alleato; sono scene classiche molto ben scritte e disegnate, e ho apprezzato il ritorno dell’equilibrio tra i toni, con più momenti leggeri e una mini-vacanza assai meritata per i protagonisti. Le mie perplessità riguardano esclusivamente il finale, in cui la compagnia che dà nome il titolo torna operativa. È quello che volevano i personaggi e il lettore … o forse no. Non lo so, da questa serie che sapeva fondere ottimismo e un velo di innocenza con spunti più complessi sulla società e vita adulta, mi aspettavo qualcosa di meglio. È in-character che la protagonista torni a combattere da magical girl come quando era appena entrata nel mestiere, ma l’unica prova della sua maturazione è un outfit diverso. A che è valso questo arco narrativo, se alla fine è tutto come prima? Magari la motivazione del cattivo – fare da stimolo all’economia – avrà conseguenze sul futuro, ma è difficile dirlo.
L’ultima delusione ha avuto un seguito anche ad aprile; sto parlando dei due volumi di Kaiju n. 8 – Side B.
Si tratta di uno spin-off di Kaiju n. 8, un manga che avevo mollato tempo fa, ma la prospettiva di avere una storia più contenuta in quell’universo narrativo non mi dispiaceva. Pensavo che avrei potuto imparare dettagli interessanti sul mondo e chi lo abita, solo per esserne delusa.
Credevo, erroneamente, che il capo dell’unità anti-mostro di cui fa parte il protagonista sarebbe stato l’unico protagonista dello spin-off, ma mi sbagliavo. Il problema, tuttavia, non è stato quel malinteso, né lo stile di disegno ben curato, bensì il fatto che non mi ha presa. Non viene svelata nessuna verità intrigante, è solo una collezione di mini-storie; occasionalmente ci sono momenti “alti” che rimangono impressi, come il salvataggio di un bambino inghiottito da un mostro, ma molti altri li ho già dimenticati. L’unico altro passaggio che mi è rimasto in mente è il capo dell’unità che commenta tra sé gli sforzi apparentemente inutili di un altro personaggio; magari fallirà, ma è soltanto andando avanti che avrà la possibilità di vincere.
Ci ho messo un paio di giorni a prenderne in mano il 2° e ultimo volume, ma poi è filato piacevolmente. È persino riuscito a farmi stare simpatico un adolescente scontroso inavvicinabile, cosa non facile. Da un lato non mi è dispiaciuto leggerlo, dall’altro sono stata molto contenta di finirlo e non ho intenzione di avvicinarmi più a Kaiju n. 8.


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