Rivelazioni, tonfi e una recensione che vi devo da settimane
New life as a max level archmage è stata la grande sorpresa dell’estate. Pur essendo una dilogia pubblicata su Amazon, nasce come webnovel (ossia una collezione di capitoli) sul sito di Royal Road.
Ne avevo sentito parlare durante una lezione di scrittura sui siti dove si pubblicano romanzi a puntate e siccome la premessa mi incuriosiva, l’ho comprato, letto e apprezzato molto più di quanto avessi preventivato.
Avevo il pregiudizio che Royal Road ospitasse soltanto storie d’azione piene di mazzate, tragedie e universi che crollano se non c’è un protagonista iper muscoloso/forte a salvarli.
Mi sbagliavo; le scene d’azione ci sono, ma rispetto alla media di questo genere, è una storia abbastanza tranquilla.
La protagonista è una videogiocatrice esperta che di punto in bianco si ritrova a vivere nei panni del suo avatar. Si trova nella cripta dell’ultimo boss senza avere alcuna idea di come sia possibile, come ci sia arrivata e in quale misura il mondo del gioco coincida con quello dove si trova ora.
Non è una premessa particolarmente creativa, ma l’esecuzione è superba. C’è un alto grado di immersione, una sana dose di umorismo, un mondo fantasy ben costruito che è un piacere attraversare anche senza compiere grandi imprese, una buona prosa… sembra poco, ma non lo è. I mini capitoli scorrono l’uno dopo l’altro, come popcorn, anche in assenza di chissà quale trama. I personaggi non sono affatto male, le scene d’azione sono ben realizzate e vedere i cattivi e i mostri prendere mazzate non fa mai schifo.
700 pagine (secondo il page counter del tablet) mi sono voltate via come baleni in pochi giorni … se non fosse stato per Saffra.
Quest’ultima è una giovane avventuriera dal buon cuore, perseguitata da una sfortuna ché manco Paperino e Fantozzi messi insieme.
Finisce ammanettata da schiavisti che sono sul punto di portarla via, ma la protagonista la salva, prova pietà per lei e decide di prenderla sotto la sua ala come apprendista – e comoda fonte di spiegazioni. Salgono su un treno magico, dove Saffra viene molestata dal figlio di un potente nobile e la protagonista deve salvarla ancora. Poi la tragedia: oh, no! Saffra ha lasciato nel loro alloggio la collanina che era l’unico ricordo della sua famiglia – ovviamente perita in modo tragico quando il suo villaggio fu attaccato! La protagonista, con la sua pazza magia, non potrebbe andarlo a riprendere? Così fa, ma proprio durante la sua assenza il treno viene attaccato da un mostro raro quanto potente nel bel mezzo del nulla. Alcuni muoiono sul colpo, e Saffra e altri avventurieri si organizzano per tentare di salvare il salvabile, mentre aspettano e sperano che la protagonista torni presto.
Non è un buon inizio.
Di positivo c’è che Saffra non attirerà ulteriori casini cosmici. La storia e i personaggi stessi scherzano su questa serie di sfortune, e non ne appariranno altre.
È l’inizio della parte in cui Saffra diventa interessante e utile alla storia?
No.
Non pretendevo che diventasse potente quanto la protagonista, ma almeno che diventasse una parte attiva e interessante del plot, magari una fonte di informazioni segrete, umorismo, o che acquisisse un suo modo peculiare di usare la magia e risorse a sua disposizione… invece la cosa più utile che farà sarà avvertire la protagonista di una catastrofe imminente – che per una volta, non sarà colpa sua. Occuperà il resto del (troppo) spazio a sua disposizione a reagire alla protagonista.
Una possente magia d’attacco? Uao! Che cosa mai vista, così potente! Pazzesca! E via, venti righe di commento. Le procura un’armatura potente? Uao! Non doveva disturbarsi per un’umile avventuriera come lei! Che cosa potente! Mai vista! E via quasi un intero capitolo sulle sue paranoie. La protagonista la porta a caccia di mostri per farla salire di livello? Uao! Ma i mostri sono così potenti! Ce la farà? Che razza di persona e maga pazzesca è la protagonista?? E via, righe su righe su righe di commento.
Mi rendo conto che il suo sconvolgimento ha perfettamente senso rispetto ai parametri del mondo – da cui la protagonista è palesemente fuori – ma non può essere che quasi un quarto dello spazio rimasto sia occupato dalle sue paranoie. Diventa noioso, prevedibile e lento molto in fretta – e dopo un tot, pure difficile da credere. Se un mago ultra potente mi prendesse sotto la sua ala sarei molto stupita per la magia e i suoi incantesimi, ma dopo qualche giorno smetterei di stupirmi. Alla prima palla di fuoco rimarrei a bocca aperta, ma alla ventesima mi sarei abituata.
Saffra no. A pagina cento rimane a bocca aperta per la protagonista, e a pagina settecento pure.
La sua personalità generosa, ma anche orgogliosa e tale che stenta a cercare aiuto in alcune circostanze, finisce per pesare, dopo un tot. Sappiamo tutti che finirai per accettare le cose che ti offre la protagonista, quindi trascinare i piedi e la storia con diecimila dinieghi che alla fine ti rimangerai, è inutile.
Saffra a parte, ho adorato la storia, e il diabolico cliffhanger finale mi ha fatta urlare.
Non riuscendo a resistere, sono andata su Royal Road, dove c’erano già parte dei capitoli seguenti. Solo dopo che mi sono messa il cuore in pace sono riuscita a tuffarmi nella prossima storia.
Il prossimo volume – che raccoglierà numerosissimi micro-capitoli – uscirà a dicembre, e già brucio d’impazienza.
Dopo un simile cliffhanger, sentivo il bisogno di qualcosa di più tranquillo e The alchemist’s fluffy island getaway era proprio la lettura che cercavo … più o meno.
La protagonista è una giovane alchimista che per una serie di motivi si ritrova a dover svolgere qualche anno di praticantato magico in un’isola priva di un’alchimista statale. Incontra un cane gigante semidivino, fa amicizia coi nativi dell’isola che sono molto amichevoli … e non ho molto altro da aggiungere.
Ho adorato il carattere buono, ma anche orgoglioso, impulsivo e combinaguai della protagonista e i dialoghi e le situazioni che ne scaturiscono, ma l’ambientazione e il resto del cast sono molto abbozzati. Dopo un tot, basta poco per prevedere come si svolgerà il resto della “storia”. L’autore tenta di smuovere le acque con un paio di complicazioni, ma vengono tutte risolte nel giro di due capitoli.
Ci sono libri che con poco riescono a dirti molto sui personaggi e i luoghi che abitano, ma non è questo il caso. Con 60 pagine in meno sarebbe stata una lettura migliore, e dubito che proseguirò la serie.
La serie di Repeated vice – I refuse to be important enough to die! È stata una delle maggiori rivelazioni dell’estate.
Ho un debole per il plot “cattivo di una storia torna indietro nel tempo e cerca di non morire per mano dell’eroe e, magari, diventare una persona migliore”, ma non è sempre una garanzia. A volte le storie così hanno un buon attacco, per poi degenerare in mondi generici, personaggi piatti e trame scontate, ma non questo 1° volume.
La primissima cosa che mi ha colpito è il protagonista Lofus: non diventa subito un angelo, anzi, continua a essere un nobile orgoglioso e classista per molte pagine. Tuttavia, questa disposizione d’animo lo porta a prendere sulle spalle il grosso della fatica e dei rischi, compreso quello della morte in combattimento – per salvare la pelle a plebei a cui ripete ad alta voce di lasciar fare a lui, e di considerarli inferiori. È tutto meno che un codardo e non sopporta dover essere aiutato e salvato – anche quando ciò gli salverebbe la vita. Ha enormi poteri magici, ma l’autore continua a mettergli sulla strada avversari temibili e fuori dalle righe – nonché occasioni per non poche scene umoristiche.
Qua arriviamo a un’altra cosa che ha superato le aspettative: le scene d’azione. Nelle storie di questo genere, dopo un incipit più o meno movimentato, la storia rallenta per diventare una lunga operazione di ricerca delle informazioni o intrighi di vario genere. L’azione raramente arriva prima del 2° o 3° volume.
Qua, invece, arriva ben presto una scena d’azione pazzesca con un nemico potente e misterioso che arriva a sorpresa e mette il protagonista alle corde. Il livello di pericolo passa letteralmente da zero a cento in tre capitoli, e mi ha colta completamente di sorpresa. La trama è più curata di quanto possa sembrare a una primissima occhiata e riserva già qualche colpo di scena inaspettato – come il fatto che Lofus non sia l’unico coi ricordi di una realtà alternativa.
I personaggi non sono niente male e anche il mondo narrativo è intrigante. Una splendida lettura.
Adoro il manga umoristico Sleepy princess in the demon castle, ma questo 7° volume non è dei più brillanti. La serie mi ha abituata a picchi di comicità assai superiori, ma il problema maggiore risiede in un fattore che non avevo considerato: il mio nuovo e-reader.
Siccome ero stufa di leggere dal mio vecchio ipad – che era pesante, con poca batteria e scomodo da portare in giro – per queste vacanze ne avevo comprato uno nuovo, più piccolo e leggero e con la stessa tecnologia e-ink del kindle. Ciò mi è stato di enorme beneficio agli occhi, ma deleterio per l’esperienza di lettura di questo manga; se nel vecchio ipad potevo leggere senza problemi, qua sono stata costretta a ingrandire le vignette per capire cosa dicevano i personaggi e cosa succedeva. Mannaggia alle scritte in piccolo.
Credo che per il futuro leggerò questa serie – e consimili manga dalle scritte piccole e storie a colori – sul vecchio ipad.
Dopo tanta leggerezza mi era venuta voglia di un libro con più sostanza, così sono passata a Toxic charity: how the church hurts those they help and how to reverse it.
È un saggio interessante su come non tutte le forme di carità, per quanto bene intenzionate, riescano a combattere la povertà. L’autore porta esempi concreti di organizzazioni che rifiutano di interrompere opere di bene anche quando si rendono conto che nuocciono anziché aiutare, e gente che preferisce aspettare che arrivino/tornino gli aiuti, anziché imparare a mantenersi da sé. Può anche succedere che i beneficiati arrivino a provare sentimenti di inferiorità, rabbia e ingratitudine nei confronti di loro benefattori, e che questi ultimi salgano su piedistalli di superiorità morale da cui poter guardare il resto del mondo dall’alto al basso.
La soluzione, trovata dall’autore dopo interi anni della sua vita impegnati in opere di bene, risiede nello sviluppo: anziché elargire soldi all’infinito, è meglio passare da una prima fase di assistenza a successive dove i bisognosi imparano a reggersi sulle proprie gambe.
È un tema interessante, ma questo libro ha due grossi difetti: un’attenzione estremamente concentrata sulle realtà specifiche americane, e il ripetere il discorso sullo sviluppo in modo circolare per centinaia e centinaia di pagine.
Ero più interessata al lato psicologico della questione, ma anche se così fosse stato, non so quanti dei suggerimenti di questo libro possono essere applicati in Europa – o in qualunque posto non siano gli Stati Uniti. A tratti si è un po’ trascinato, ma in giro ci sono saggi meno interessanti e peggio scritti.
Meh.
Ho poi comprato e divorato in rapida successione il 2° e 3° volume di Repeated vice e non me ne sono pentita.
Alla fine del 3° volume, dopo mille avventure, le acque si calmano un poco e si inizia a capire (almeno vagamente) cosa sia successo: il mondo era stato distrutto, ma le divinità l’hanno ricostruito e vorrebbero evitare il ripetersi del disastro. Come? Mandando a pochi prescelti i ricordi di questo passato riscritto, compreso Lofus. Si arriva pure alla conclusione triste ma necessaria dell’arco di Flugel, ma quante mazzate nel frattempo – e lo dico nella miglior accezione possibile. Raramente mi capita di leggere romanzi d’azione, capire cosa succede nelle scene più concitate e provare un senso di eccitazione e fifa per i protagonisti come quando ero piccola davanti ai cartoni.
L’autore continua a fare un ottimo lavoro nel costruire ed espandere il mondo e presentare a Lofus avversari con cui la lotta è disperata. Non si raggiungono i picchi del primo volume, ma sono comunque state due ottime letture, non fosse stato per due elementi: la velocità a rotta di collo e gli elementi harem, col protagonista dodicenne che finisce per attirare a sé due coetanee. Una, per salvarlo dalla morte per assideramento, gli si stringe attorno per scaldarlo, l’altra lo bacia per fargli bere una pozione dopo che parte della gola gli era stata danneggiata in battaglia. Sono circostanze tutto meno che naturali, fatto sta che le due giovani si innamorano perdutamente di lui.
Non è chiaro nemmeno a Lofus quale delle due preferisca, o se le faccende d’amore lo interessino – la sua priorità è rimanere vivo e salvare il mondo. Il lettore assiste al suo grande ingegno, coraggio, ma anche crudeltà – per quanto a esserne vittime siano ciminali della peggior specie, come trafficanti di esseri umani o capi corrotti. Nonostante ciò, lui stesso si rende conto che i legami stretti coi plebei lo stanno cambiando; durante una festa altolocata pensa quasi con rimpianto alla festa che gli avevano fatto i pescatori quando li aveva salvati dalla catastrofe. Rispetto al passato, quando uccideva non nobili per futili motivi, si è ammorbidito e presenta i germi di un’umanità più profonda.
Veniamo anche a sapere che quando era più piccolo ebbe problemi a controllare i suoi enormi poteri, e finì per nuocere senza volerlo al fratello minore e terrorizzare lui e la madre. Il padre lo mandò a vivere in una villa secondaria perché potesse imparare lì a controllare la magia; Lofus lo fece ma gli fu comunque proibito di tornare – fino al 2° volume, quando il padre glielo chiede. È una decisione che il genitore finisce per rimpiangere – e non è cosa non da poco: i padri nobili di questo tipo di storie sono o malvagissimi, o i genitori più incapaci e scemi a cui si possa pensare. È anche lui a risolvere il nodo del 3° volume in modo decisivo. Si vede che tiene al figlio, ma non sa come riallacciare i rapporti. Gli faccio i miei migliori auguri.
Nonostante qualche difetto, questa serie è stata una rivelazione – e le mie aspettative si sono alzate ancora di più quando l’autore ha detto nella postfazione che considera questi primi volumi solo l’introduzione.
Se questa è l’introduzione, mi aspetto grandissime cose dal resto della storia.
Per favore, non diventare un harem scolastico. Sei partito così bene.


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