Skip to content

Le gioie e dolori dei presta-magia e delle coppie slow-burn

Ho adorato il primo volume del manga Magic repo man, ma il secondo mi è piaciuto meno. C’è del fanservice inutile che prima era assente, e l’ultima vignetta con il protagonista che cambia personalità in peggio è così caricaturale che mi ha fatta ridere, ed è uno sviluppo letteralmente piovuto dal nulla.

Per due volumi lui non aveva altro obiettivo che vivere meglio e vendicarsi un po’ dei suoi pessimi ex amici, poi di punto in bianco diventa un avido psicopatico con una faccia che vorrebbe impaurire anche il lettore – e che invece ho trovato ridicola.

Mi dispiace per la ragazza con l’abilità Asura, potente ma difficile da usare. È un bel tocco che sia usata come esempio del chiedere prestiti monetari in modo responsabile.

Che le abilità più potenti siano bilanciate dai contraccolpi peggiori, magari assegnate alle persone “sbagliate”? Il protagonista è un pezzo di pane, ma la sua abilità (prestare punti magia) rischia di trasformarlo in un avido bastardo, mentre la ragazza ha un carattere mite, ma quando attiva Asura diventa una guerriera sanguinaria che stenta a distinguere tra amici e nemici.

Non male, ma mi aspettavo di più. La qualità del disegno resta abbastanza alta; mi piace quello stile.

 

The girl who circumnavigated Fairyland in a ship of her own making non è stata una lettura disastrosa, ma mi ha ricordato perché evito gli YA.

Il finale mi è piaciuto molto, alcuni personaggi, dettagli e brani sono notevoli e memorabili, idem buona parte delle metafore e allegorie… ma finirlo è stata davvero dura.

Più di un terzo del libro è occupato da interminabili muri di testo che sono o descrizioni, o svolte di trama estremamente prevedibili che vengono sottolineate e prolungate più del necessario.

Anzi, più precisamente, questo libro è composto da: un 75% di cose a caso, un 15% di razionalizzazione e cose molto intriganti e un restante 10% di materiale non richiesto (un’intervista all’autrice e all’illustratrice, e l’incipit del libro seguente che mi ha rovinato il buon gusto con cui stavo per lasciare il libro). L’intervista all’autrice ha qualche elemento di interesse, ma alcune domande erano inutili e le relative risposte futili duravano pagine e pagine; va bene imparare cosa amava leggere e come ha passato la giovinezza, ma dieci pagine del perché e per come di chi si porterebbe in un’isola deserta e cinque paesi che vorrebbe visitare anche no. L’incipit mi ha fatto cascare le braccia: sono passata da un lieto fine raggiunto a caro prezzo a uno status quo di nuovo schifoso, perché era assolutamente scontato che tutti nel mondo reale bullizzano o ignorano la protagonista, e che Fairyland è di nuovo in pericolo.

Fairyland è un’ambientazione che mi ha lasciata con sentimenti contrastanti: da un lato ha un’atmosfera magica ben resa, con luoghi e spunti memorabili degni di nota, dall’altro l’accumulo di creature e cose magiche finisce per indebolirne l’effetto. Mi rendo conto che è un mio sentire personale, ma quando i mostri/creature magiche iniziano ad accumularsi come zanzare d’estate si perde un po’ il senso di eccezionalità. Capisco il suo essere nonsense e inaffidabile, ma questo dà origine a interi capitoli di cose che capitano a caso e a pretese morali impossibili da prendere sul serio.

Non puoi pretendere di avere l’indiscussa superiorità morale dopo aver ammesso candidamente di rapire bambini, ammazzare gente e annichilire anime umane. Ché poi, se Fairyland “selvaggia” fa queste cose e anche di peggio, siamo sicuri che la regina che la sanitizza e rende sicura per i bambini che ci capitano sia la cattiva?

Ho tante domande e perplessità che rimarranno senza risposta.

Avrei preferito che la questione morale rimanesse ambigua o non detta, anziché essere strombazzata e non stare in piedi. Avrebbe risolto elegantemente il problema.

Contrariamente a quando leggo light novel, la lingua è stata un parziale ostacolo; se avessi voluto capire ogni singolo aggettivo che mi è stato buttato addosso, avrei dovuto consultare il dizionario un triliardo di volte.

La domanda “ma era davvero necessario questo capitolo?” si è affacciata alla mente molto più di quanto avrei voluto.

Forse sto invecchiando, ma va specificato che l’YA non mi è mai piaciuto manco quando ero in target.

Sono sicura che questa serie, tradotta in italiano, troverebbe un folto pubblico – di cui purtroppo non faccio parte. Se siete lettori pazienti che apprezzano gli YA, leggono in inglese e sono stuzzicati dalle trame alla Alice, è un libro che vi consiglio, altrimenti evitate.

 

Il 3° volume di The invisible wallflower marries an upstart è il finale di un rosa che avevo preso in mano anni fa; rispetto ai volumi precedenti è stato un grosso flop.

Se prima c’erano drammi e rischi tangibili, intrighi politici e amori slow burn, qua c’è un 85% di fuffa, un 10% di trama prevedibile e un 5% di trama decente.

Mi aspettavo, dopo che i legami del principe primogenito a casi di tortura, droghe e schiavitù erano stati esposti, che questo volume li avrebbe provati al 100% e la storia sarebbe terminata con lui dietro le sbarre e la coppia principale sposata e felice.

Invece no.

Mi rendo conto che se gli unici protagonisti della fiction fossero persone con un perfetto equilibrio mentale tante storie non nascerebbero affato, ma che il libro prenda le mosse dalla decisione di lui per trovare suo padre scomparso mi ha lasciata insoddisfatta. Primo: la trama poteva prendere direzioni molto più interessanti o urgenti – tipo arrestare il capo del traffico di esseri umani.

Secondo: so di fin troppe persone reali rimaste deluse, uccise o con seri problemi mentali dopo aver rintracciato un pessimo genitore biologico/un ex, tante da farmi dubitare che la morale “sarò felice quando avrò avuto una chiusura con questa persona” sia buona o vera.

È umano voler ricevere complimenti, parole di sostegno, o scuse da chi ci ha ferito, ma far dipendere la propria salute mentale da questo, soprattutto da soggetti che non hanno intenzione di aiutare, significa rovinarsi l’esistenza o perderla – ma qua siamo nella fiction, quindi con nessuna sorpresa da parte mia, viene fuori che il padre non aveva colpa di nulla. Era stato ingiustamente imprigionato, e grazie all’azione del figlio e della protagonista viene liberato.

Buon per lui, ma mi rimane questa perplessità: dopo vent’anni di duro lavoro e lotte senza quartiere, hai sventato un traffico di droga ed esseri umani; perché non consumare il matrimonio, visto che tua moglie lo desidera e tu la desideri a tua volta? No. Prima devi reincontrare tuo padre scomparso, che nei volumi precedenti avevi menzionato una sola volta per vie indirette. Dalle tue azioni o parole, mai era stato lasciato intendere che ti importasse qualcosa di tuo padre.

Mi sa più di scusa inventata dall’autore per di dare una trama a questo libro, che la degna e sensata conclusione di un amore che era sbocciato in una mezza guerra civile.

I problemi non finiscono qua: il padre è un povero pescatore. Va bene, fa parte del suo essere un figlio di nessuno, un mercante che si è fatto da solo contrastando lo strapotere e malvagità dei nobili, portando nel regno una ventata di anti-classismo e (della migliore versione de)l capitalismo.

Per tutti e due i primi volumi questo punto è ripetuto più volte. “Io sono un mercante, non so niente di etichetta e robe da nobili, ti ho sposato in bianco per usarti come manuale per imparare a essere meno rozzo e trattare coi nobili”; questo è il succo delle parole con cui si rivolge alla protagonista per la prima volta. Poi si innamora di lei, ma la disapprovazione nei confronti dei nobili e la consapevolezza di non appartenere al loro mondo rimangono.

Dati questi presupposti, chi sarà mai la madre, morta di fatica e malattia quando lui era bambino, se non un membro della famiglia nobile più vecchia e retriva del regno, fuggita da casa e poi ripudiata dal resto della sua orribile casata?

Non voglio dire che questo plot point elimini il messaggio o parte del suo personaggio, dico solo che sarebbe stato più coerente e umano rendere giustizia a questa donna con almeno un flashback che ci mostrasse la sua dolcezza, determinazione e intelligenza senza che avesse sangue blu nelle vene.

Poi, mi fa quasi ridere il fatto che per due volumi e mezzo lui ripete: “ah, i nobili sono creature infide, bastarde e assetate di sangue e ricchezze. Non bisogna fidarsi di ciò che dicono. Bisogna fare come me, che non mi fido di nessuno e ho una corazza attorno al cuore”. Finora, lo dimostrava pure.

E ora, invece, è preda al dolore: “oh, no! Se non sento le parole di mio padre e non leggo le parole di mia madre che ero un bambino amato e voluto, la mia vita non ha senso! E quel nobile mio parente che ha insinuato il contrario mi ha reso così tanto triste!”

Che fine ha fatto la tua armatura e che cosa ti aspettavi?? Avevi ragione sui nobili, sapevi che sono bastardi e sapevi che la tua famiglia biologica lo era anche di più! Cosa ti aspettavi che ti dicessero e facessero, quando sei andato a trovarli “per avere chiusura”?

Se non è la trappola più ovvia e telegrafata della fiction ci va molto vicino. Ancora più di quando Duffy Dack, nei panni di un detective, prende un tram verso il covo dei cattivi con “TO GANGSTER’S HIDEOUT” scritto sopra al neon.

Le scene di pericolo più nasabili a distanza, evitabili e meno memorabili dell’intera trilogia.

Non sono nemmeno granché rilevanti, perché l’attacco viene nascosto all’opinione pubblica e la casata era già in bancarotta. A questo punto, perché disturbarsi? Potevi lasciare che fosse l’economia a fare il lavoro sporco.

Un’altra cosa che mi ha irritato è che questa trilogia ha uno dei protagonisti femminili mentalmente più forti e intelligenti che abbia mai visto; se prima resisteva a più umiliazioni, imprevisti e addirittura due tentativi di violenza sessuale, qua… segue in giro il co-protagonista che si è perso gli attributi e il cervello per strada. Gli ripete che vuole consumare il matrimonio, salvo arrossire come una scolaretta quando lui gli spiega cosa ciò comporti – e va bene che le accademie femminili pseudo-medievali di sicuro non trasmettevano show a luci rosse, ma trovo ridicolo questo sviluppo. Anzi, nei volumi precedenti lei ripeteva di sapere benissimo cosa significava consumare le nozze.

Mi sa più di contraddizione e scusa per rimandare la scena hot che un motivo valido.

Questa serie non ha mai avuto pretese di essere piccante, io stessa non vado matta per le scene hot, ma dopo tre volumi di flirt continuo e incessante, mi aspettavo almeno un fade to black. Una notte che inizia casta come tutte le altre, ma poi decidono di andare fino in fondo e parte un flash forward alla nascita del primogenito. Anche questo mi sarebbe andato bene, invece no.

Si abbracciano come al solito, poi di punto in bianco si passa all’investitura nobiliare del loro primogenito e l’informazione che hanno avuto un sacco di altri figli. Niente scene di loro come famiglia, solo informazioni esterne di un narratore scorporato.

Questo non si chiama “fade to black”, si chiama “truffa”.

Avevo già detto delle mie speranze deluse di vedere punito il primo principe, invece mi sono dovuta accontentare dell’informazione che il suo potere cala di giorno in giorno. Meglio di niente, ma considerata l’azione e intrighi dei primi due libri, si poteva fare (molto) di più e meglio.

C’è anche la non piccolissima incoerenza del comportamento del terzo principe alleato del co-protagonista. Alla fine del secondo volume aveva accettato la decisione della coppia di consumare il matrimonio, invece ora, di punto in bianco, si mette a punzecchiare la protagonista, chiedendole di rinunciare e insinuando che non sia abbastanza forte per lui.

Vi giuro che se non ci fossero state le leggi di lesa maestà di mezzo, lei aveva il pieno diritto di dirgli: “senti, ciccio: per amore di costui ho rischiato la violenza fisica, la morte, l’umiliazione & compagnia cantante per più volte. Ho retto a sedici anni di un rituale d’umiliazione che fingeva di essere educazione nobiliare perché la mia ex insegnante è una lesbica che aveva una cotta non ricambiata per la mia defunta madre, e credeva che abusare psicologicamente di me fosse il modo migliore per digerire la cosa e renderle omaggio. Cosa ti fa credere che non possa reggere il resto della vita accanto a quest’uomo, soprattutto ora che le acque sono più calme?!”.

Un’ulteriore contraddizione che è solo una scusa per far credere che ci sia carne al fuoco – mentre quella poca che c’era s’è incenerita.

Una parte di me era contenta di aver finito la storia, ha sospirato di gioia e sollievo nel chiudere l’e-reader, e ha segnato il libro tra i letti. Infine, ha scritto questa recensione con il sorriso sulle labbra, come una brava adulta responsabile ben inserita nella società.

L’altra voleva chiudere l’e-reader, sbatterlo a terra e saltarci sopra urlando con la delicatezza di un king kong infuriato.

Questa recensione le ha messe d’accordo, ma vi giuro che se mai dovessero inventare degli e-reader indistruttibili per dare ai lettori la possibilità di sfogarsi dopo libri brutti, sarò tra i primi a comprarlo.

 

Avevo sentito parlare del manga Magical girl Dandelion come se fosse il grande capolavoro del secolo che ha riscritto per sempre le regole del genere delle ragazze magiche. Dopo averne letto il primo volume, non posso dirmi d’accordo, ma capisco l’entusiasmo e le tante recensioni positive: lo stile di disegno è un’assoluta gioia per gli occhi e il tono è deliziosamente ambiguo, con momenti di gioia e pucciosità slice of life, altri d’azione, e altri ancora piuttosto terrificanti.

I nemici delle ragazze magiche, qua, sono umani mutati in mostri sanguinari e senza controllo; cosa causi la trasformazione è ignoto, ma intanto è già stato formato un esercito di ragazze magiche per contenerli.

Un altro mistero è come sia possibile che il miglior amico della protagonista (un mostro d’ombra) abbia mantenuto la sanità mentale dopo la trasformazione.

Ci sono tanti piccoli e grandi misteri, belle scene d’azione e toccanti di introspezione, ma mi sento di dire che il mondo deve ancora sbocciare appieno. I personaggi svolgono brillantemente il proprio compito e sono tutt’altro che mal scritti, ma non posso fare a meno di pensare che sanno di “già visto”. Un bravo scrittore riesce a usare i tropi più usati e vecchi del mondo in modo tale da farli sembrare appena inventati, e temo che questo autore, per quanto notevole, non abbia ancora raggiunto quel livello.

La protagonista è buona, coraggiosa e idealista, ma ha momenti di difficoltà e umana debolezza. È un buon equilibrio, umana senza suonare troppo idealizzata.

È una serie che continuerò a seguire con grande interesse.

Questo primo volume è stata una graditissima pausa da due saggi che mi stavo leggendo nel frattempo, ma definire Magical girl Dandelion l’equivalente narrativo dello scoprire l’America, la polvere da sparo e come raggiungere la luna in un colpo solo mi sembra esagerato.

 

Ho impressioni contrastanti sul 114° volume di One Piece, al punto che non mi sento di biasimare chi molla la serie.

Sulle prime la velocità assurda e l’ammasso infinito di personaggi e trame che si intrecciano (per tacere del fatto che questo intero volume è un flashback) mi hanno reso difficile continuare, ma una volta che mi sono re-immersa ho divorato il volume in un batter d’occhio.

Un minimo di lentezza extra per dare al lettore la possibilità di seguire e digerire gli eventi prima di passare ai duemila prossimi era necessaria, ma non pervenuta.

Succede tanta di quella roba che è quasi impossibile farne un riassunto.

Non è illeggibile, ma in certi punti ci va vicino, e questa serie mi aveva abituata a vette ben più alte (e chiare).

Proseguirò, ma non posso fare a meno di chiedermi se qualcuno non stia tenendo Oda ostaggio con l’ordine di finire la storia il prima possibile. Spiegherebbe molte cose.

Comments (0)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su
Cerca