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Mega book haul estivo parte 7

 

Durante la mia visita al Salone avevo fatto incetta di saggi di Chesterton – che fino ad allora non avevo mai letto. Tutti questi libri avevano grandi pregi: una prosa brillante assai ben tradotta, osservazioni acute e lungimiranti, suddivisione in micro-capitoli di agevole lettura, umorismo…

Davo per scontato che sarebbe stato così anche per La serietà non è una virtù, l’ultimo saggio che mi era rimasto da leggere, ma mi sbagliavo.

A differenza che nelle raccolte precedenti, qua manca un filo conduttore e quasi tutte le questioni trattate e le penne tirate in ballo sono sconosciute e prive di interesse per il lettore medio – a meno che egli non sia particolarmente interessato a/ferrato in Storia e letteratura inglese tra Ottocento e Novecento. In caso contrario finirà per sbadigliare a morte – come è successo a me.

I saggi precedenti facevano riferimento anch’essi a scrittori e vicende dell’epoca, ma il focus era su questioni di moralità e interesse universale; in quei casi bastavano due righe scarse di note, ma questo intero libro è una nota rivolta al passato.

Ho fatto molta fatica a finirlo; alcuni capitoli erano interminabili.

Una delusione.

 

Five nights at Freddy’s è una serie di videogiochi horror molto amata e famosa; il successo (e il teorizzare dei fan) è stato tale e tanto che lo sviluppatore ha deciso di espanderla con un ciclo di romanzi e racconti.

Five nights at Freddy’s, gli incubi del Fazbear – mille modi per morire è la prima raccolta di racconti di questo corpus librario.

Non mi sarei mai aspettata di trovarne una traduzione in italiano, ma quando l’ho vista in vendita alla bancarella del Castoro nel Salone, la curiosità ha prevalso.

Avevo seguito le teorie (e morti virtuali) di svariati Youtuber alle prese col gioco e non sapevo cosa aspettarmi; col senno di poi, posso dire che è stato uno dei miei acquisti migliori.

Già alle prime pagine si notano due cose importanti: al lettore non è richiesto di aver mai giocato o di conoscere la lore nemmeno per sentito dire, e la prosa italiana è stellare. Stile cristallino, non una parola di troppo o di meno, chiaro e scorrevole al sommo grado. Una goduria.

Il contenuto non è meno degno di nota e consta di tre racconti di circa cinquanta pagine, ciascuno con un protagonista diverso. A collegarli c’è un chiaro filo tematico: “attenzione a ciò che desideri”.

Il primo protagonista desidera evadere dalla noia della sua grigia estate, la seconda di essere bella, la terza di morire – e dà il titolo al libro.

La cosa che mi ha colpito dei protagonisti è che sono giovani senza essere caricature disagianti; sembra poco, ma nella fiction i giovani tendono a essere o caricature idealizzate, o caricature definite unicamente dal loro trauma/ossessione e problemi di salute mentale. Questi, invece, sono giovani esseri umani complessi e credibili alle prese coi rovesci della quotidianità e gli orrori della pizzeria diroccata Fazbear.

Complice la mia ossessione col medioevo preparazione scolastica, non ho potuto fare a meno di ricollegare questi racconti alle storie di peccatori (alcuni dei quali si pentono in tempo per salvarsi e altri no) raccontate alla comunità per ricordarla della realtà della dannazione eterna e di come evitarla. Queste storie sono in parte antesignane dell’horror per bambini e ragazzi; personalmente ho un debole per gli horror misteriosi, pieni di richiami alle tradizioni, privi di violenza e dove il protagonista ha causato il problema e ha una chance di uscirne – anziché esserne una vittima inerme dall’inizio alla fine.

Non voglio fare spoiler, ma posso dirvi che sono storie memorabili e dark senza gore; eppure, l’ultimo è così macabro che ne ho saltato dei paragrafi. Ed è tutto un lavoro di atmosfera.

Un’ottima lettura che mi rende impossibile non complimentare l’autore (o, meglio, lo sviluppatore Scott Cawton e la scrittrice Elly Cooper) e la traduttrice Maria Bastanzetti.

 

Lucky Luke e la terra promessa è un albo recente – e si sente. Lo stile di disegno replica alla perfezione quello dei vecchi albi (quando Morris era vivo), ma la scintilla che ne rendeva speciali le storie si è esaurita.

Le battute e il gioco dei riferimenti sono gradevoli, ma non particolarmente memorabili – e non tutti brillano.

Le tavole finali autoconclusive con il cane scemo Rantanplan vogliono divertire, ma sono penose.

Una lettura mediocre, non terribile, né meritevole di lode.

 

Al the adventurer: that magic shouldn’t work! È un fantasy ambientato in un mondo di spade e magia il cui incipit vede il protagonista bambino perdere la sorella in un attacco di mostri. Il tempo passa, lui cresce e decide di diventare un mago e imparare quanti più incantesimi possibile.

Il difetto più grande è il ritmo lentissimo; è solo ai tre quarti del libro, con alcune rivelazioni, payoff e personaggi decentemente scritti che la storia ha iniziato a prendermi. Non aiuta l’odiosa abitudine dell’autore di scrivere la battuta di un personaggio e farla seguire da spiegoni e/o descrizioni interminabili che non aggiungono granché. Manca anche un vero e proprio plot verticale con antagonisti ricorrenti e un obiettivo finale chiaro.

Ammetto di aver saltato qualche brano; resta che una storia di circa duecento pagine non dovrebbe pesare come se avesse ottocento e sembrare più lenta delle ore di lezione a scuola.

Le magie i cui effetti e potenza cambiano a seconda del mago, il colpo di Stato nel regno vicino e le rovine misteriose sono abbastanza intriganti da avermi indotta a dare una chance al 2° volume, ma se la prosa e la trama non migliorano mollerò questa serie senza rimpianti.

 

Salisburgo – la città del festival e i suoi fantastici dintorni ha segnato l’inizio di una nuova sfida di lettura: finire tutte le guide comprate durante il mio viaggio tra Germania e Austria.

La parte del leone la fanno le sessanta foto a colori, alcune decisamente più belle e memorabili di altre. Le didascalie sono agili, e sufficienti per dare al turista una panoramica della città, della sua Storia e di cosa nei dintorni sia meritevole di una visita.

Nonostante abbia fatto un giro nella città, non conoscevo parte delle informazioni, e mi ha fatto venire voglia di tornarci. Ha anche una mappa.

Non male.

 

Le saghe epiche di Neuschwanstein è un agile libriccino che consente al turista di farsi una buona idea delle le saghe cavalleresche illustrate negli affreschi del castello.

Trattasi del famoso castello a cui si ispirò Walt Disney – e innumerevoli altri artisti. È il castello a cui è più facile pensare quando si sente la parola “castello”; è la cosa più vicina nella vita reale al castello di Peach di super Mario 64, per quanto è iconico e presente nella cultura pop.

Data la mia fissazione col medioevo preparazione conoscevo parte di queste leggende, ma non tutte e non le versioni specifiche del libretto.

Queste saghe sono riassunte e corredate da foto degli affreschi – così che si possano subito collegare le vicende alla relativa rappresentazione artistica.

L’ho trovato piuttosto utile; tutti luoghi le cui opere d’arte fanno riferimento a storie poco note ai più dovrebbero avere libretti come questo per aiutare i visitatori a capire cosa/chi c’è dipinto di preciso, anziché lasciarli a pensare “toh, delle cose belle dipinte a caso”. Altrimenti, la visita è l’equivalente di guardare il secondo film di una saga senza sapere niente del primo; puoi apprezzarne la qualità delle immagini, dei protagonisti e alcuni riferimenti, ma il grosso ti sfuggirà.

Credetemi, ne so qualcosa. Coff coff, Mad Max Furiosa.

L’ideale sarebbe recuperarsi le leggende cavalleresche altrove, ma è un problema mio che sono ossessionata dal medioevo, dall’italiano del Trecento e dal cofanetto della Mondadori di Chretien de Troyes questo libriccino è più che sufficiente al turista medio.

Ci sono anche riquadri con informazioni utili sugli autori delle saghe medievali e gli artisti e artigiani (assai più recenti) che lavorarono al castello di Neuschwanstein.

È impressionante come l’eroe Sigurd, che appare anche in copertina, mi ricordi fisicamente von Lohengramm di Legend of the Galactic heroes. L’autore giapponese aveva studiato a fondo le leggende cavalleresche, quelle riprese da Wagner e la Prussia, quindi può darsi che abbia servito da ispirazione per l’anime – ma può anche essere un problema mio che stavolta non c’entra col medioevo.

 

 

 

 

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