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I libri-verità di marzo

Non sempre i libri-verità sono saggi; oggi vi parlerò di quelli che ho letto a marzo

 

Human diversity: the biology of gender, race and class è un saggio il cui maggior difetto non è la presenza di razzismo o pregiudizi (del tutto assenti), né la mancanza di prove, statistiche e argomentazioni, bensì il modo in cui è scritto. Il ritmo è atroce, e la sovrabbondanza di tecnicismi scientifici, biologici e statistici è tale che se il lettore si facesse un bicchierino per parolone morirebbe per coma etilico prima ancora di finire il secondo capitolo. Non aiuta che sia in inglese.

Eppure, sotto la spessa crosta di delitti contro la piacevolezza di lettura, si cela una lettura brutalmente illuminante sui limiti umani – e su quanto essi siano legati a fattori biologici e genetici difficili da aggirare. La narrativa ci ha abituato a protagonisti che partono svantaggiati per poi arrivare alle stelle, ma nella realtà accade molto più raramente di quanto persino il più cinico possa immaginare.

Se dovessi restituire il favore al libro e scomporlo in percentuali, direi che è composto per un buon 85% da un macinio incessante di numeri e dati difficilmente accessibili, e per il restante 15% da spunti estremamente interessanti: osservazioni, teorie e riflessioni — alcune meglio supportate di altre.

La conclusione dell’autore, in sé condivisibile, è che dovremmo imparare a rispettarci reciprocamente, indipendentemente dal mestiere svolto o dal quoziente intellettivo.

Eppure, proprio su questo punto emerge una certa ambiguità: l’autore si dichiara anti-classista, ma i numeri che presenta non possono non mettere a disagio il lettore. Mi ha lasciata perplessa anche la sua fiducia nei test del quoziente intellettivo: ne esistono moltissimi, e mi riesce difficile credere che ne esista uno capace di rendere valutare l’intelligenza umana e metterla nero su bianco come fosse l’altezza o il peso del corpo.

È intelligente un ingegnere spaziale che sbagli sempre interruttore della luce e non sappia cucinare? È intelligente qualcuno che sappia pulire, cucinare, cucire e fare mille lavoretti senza sbagliarne uno, ma non ha un’educazione classica? E i delinquenti? Come se capi di Stato, miliardari e chi ha avuto il meglio dell’educazione e di qualsiasi risorsa non potessero a propria volta combinare crimini orrendi. L’equivalenza implicita tra quoziente intellettivo e bontà non mi ha proprio convinta.

Attualmente sto leggendo Social Justice Fallacies, un altro saggio che presenta dati e argomentazioni in contrasto con alcune tesi di questo libro — ad esempio l’idea che il quoziente intellettivo sia immutabile. Mi riservo di approfondire il confronto in una recensione dedicata, una volta terminata la lettura.

 

Soara and the House of Monsters è un manga fantasy che segue un insolito trio di nani: viaggiano di luogo in luogo costruendo case su misura per mostri, con l’obiettivo di garantire loro una vita dignitosa — e, magari, dissuaderli dal danneggiare chiunque capiti a tiro.

Ad accompagnarli c’è Soara, una spadaccina umana addestrata per uccidere mostri, che però sta iniziando a mettere in discussione gli insegnamenti ricevuti. Va detto, a discolpa sua e degli umani, che il re demone aveva dichiarato loro guerra: dopo decenni di sangue, era inevitabile che nascessero rancore e la necessità di formare guerrieri. Il conflitto, tuttavia, si è concluso proprio prima che Soara potesse combattere. È questo, insieme al desiderio di contribuire a una pace più stabile tra umani e mostri — e al bisogno di sentirsi riconosciuta — che la spinge a unirsi ai nani.

Avevo letto il primo volume parecchio tempo fa, ma solo recentemente, dopo un fortunato passaggio in fumetteria, sono riuscita a recuperare e leggere i volumi dal secondo al quarto.

L’attesa è stata ampiamente ripagata. Lo stile di disegno è una gioia per gli occhi, e la progettazione delle abitazioni è sempre creativa, ingegnosa e sorprendente.

Nel secondo volume spicca la presentazione del re demone e del suo percorso di maturazione, reso possibile grazie a una figura chiave: l’architetta umana Kahyo, tanto coraggiosa quanto brillante, che fu maestra del trio di nani.

Il terzo volume, invece, conquista con i mostri-gatto — irresistibilmente adorabili — e con la loro storia. La decisione di vendicarsi di ciò che ha ucciso il padre (la fame) aprendo un ristorante per mostri e creature senzienti smarrite nel bosco è tenera e toccante. Verso la fine del volume, il gruppo viene attaccato da una chimera che Soara riesce a mettere in fuga all’inizio del quarto. Il suo design è davvero terrificante, e il richiamo a una delle case costruite in precedenza aggiunge un livello di coerenza narrativa molto apprezzabile.

 

Il quarto volume approfondisce anche il passato del trio di nani — una backstory che non sapevo di desiderare, ma che ho divorato con entusiasmo. L’atmosfera parte leggera ma si fa via via più cupa – e l’odore di tragedia imminente sempre più difficile da ignorare. Suddetta tragedia arriva quando la capitale dei nani viene assaltata da guerrieri umani, nonostante le trappole non letali escogitate dal nano per rallentarli in attesa che tornasse il loro potente principe coi rinforzi.

Gli umani vengono rappresentati in modo duro, ma senza scadere nella caricatura. L’eroe è spietato nel combattere i demoni, ma, una volta raggiunto l’obiettivo, ordina la ritirata e si assicura che i feriti vengano soccorsi. La loro offensiva nasce dalla decisione dei nani di fornire al re demone armi con cui sono stati uccisi innumerevoli umani — una motivazione che risulta comprensibile, sia sul piano emotivo sia su quello strategico.

Questo evento segna profondamente Kirik, il capo dei nani, che all’epoca era solo un bambino prodigio con un talento straordinario per architettura e invenzioni. Traumatizzato, rifiuta di contribuire alla costruzione di armi e intraprende un viaggio solitario. Durante il suo cammino incontra quella che diventerà la sua maestra: Kahyo. In seguito verrà raggiunto dagli altri due nani — che si rivelano essere, rispettivamente, un brigante e il secondo principe del loro popolo.

 

I personaggi pacifisti a volte possono risultare irritanti, ma non è il caso di Kirik: massimo rispetto per lui — anche perché, se avesse deciso di mettere tutto il suo talento nella costruzione di armi, la vedevo davvero grigia per l’umanità.

Emergono inoltre diversi indizi che suggeriscono un legame tra Soara e la maestra di Kirik. Allo stesso modo, sembra sempre più probabile che la chimera che li ha attaccati sia la stessa che Kirik aveva allevato e che, dopo essere stata catturata dagli umani, fosse stata nutrita proprio da Soara durante il suo addestramento.

Resta aperta una domanda fondamentale: il gruppo riuscirà a pacificare i demoni più potenti, ancora intenzionati a combattere gli umani? Che tipo di casa costruisci a un drago colossale che vive nel cielo?

E soprattutto: quanto ancora durerà la serie? Devo iniziare a preoccuparmi per lo spazio sul mio scaffale?

Ciò che rende questi volumi dei veri e propri “libri-verità”, ai miei occhi, è la convivenza di due dimensioni opposte: da un lato, momenti in cui tutto si risolve serenamente a tarallucci e vino una volta chiarito il problema; dall’altro, situazioni in cui questo non accade affatto. Alcuni personaggi — umani o demoni che siano — cambiano, crescono, superano il conflitto. Altri invece vi restano intrappolati, o continuano ad alimentarlo. Il ciclo della violenza viene rappresentato in modo sorprendentemente realistico: c’è chi riesce a spezzarlo e chi no. Ed è proprio questo a rendere la storia così autentica — molto più delle narrazioni zuccherose in cui tutto si sistema, o di quelle all’estremo opposto, dove sono tutti irrimediabilmente malvagi.

 

I volumi 15 e 16 di Spy x family mi hanno regalato altri momenti intensi.

La storia di Martha, arruolatasi nelle forze di difesa femminili solo per vedere la propria unità sterminata dalle decisioni crudeli dei superiori – e carri armati -, è davvero toccante. Sopravvissuta a fatica, viene salvata da una civile della nazione nemica, nonostante la guerra le abbia portato via la figlia. Il viaggio di ritorno in patria non è facile, né privo di momenti strazianti. Le vignette senza parole del ricongiungimento con i genitori sono profondamente commoventi, così come quelle in cui ritrova l’uomo che ama e sta per confessargli i suoi sentimenti… solo per scoprire che si è sposato appena un mese prima. La scelta di non tentarlo all’adulterio per rispetto nei suoi confronti e della moglie ha solo aumentato la mia ammirazione nei suoi confronti.

Questa serie presenta personaggi e snodi narrativi che sembrano usciti da vecchie tragedie, dove i protagonisti avevano saldi principi morali e ti dispiaceva un sacco vederli soffrire e/o morire pur di rispettarli. Eppure, nonostante questa impronta “antica”, percepisco una forte sincerità di fondo, un modo autentico di raccontare drammi che, purtroppo, continuano a riguardare molte persone anche nella realtà.

Un altro grande punto di forza — evidente anche in questi volumi — è la capacità di alternare scene emotivamente pesanti ad altre più leggere e distensive. Le gag di Anya funzionano sempre, ma ho apprezzato molto anche il capitolo dedicato a Franky: il suo modo di vivere con leggerezza e serenità, nonostante i rischi del suo lavoro. Quando va a salvare un amico e collega mettendo a rischio la propria vita — e persino un appuntamento tanto atteso — volevo applaudirgli.

Non avrei mai pensato che poche vignette di una famiglia che cena in silenzio potessero generare una tensione così palpabile — e invece sì. Complimenti all’autore.

Un altro tocco che ho adorato è che finalmente viene data una spiegazione all’apparente schizofrenia della madre di Damyan: la paura nei confronti del marito.

Il plot twist – affrontato con più calma nel 16° volume – è una cosa che davvero non mi aspettavo. Non voglio fare (ulteriori) spoiler, ma considerati i poteri di Anya e del cane, non è del tutto impossibile che possano esserci ulteriori tocchi sci-fi.

Ho trovato molto spassose e gradevoli anche le scenette di Anya, la mini-storia sulla gelosia e il breve arco narrativo degli assassini contro i bracconieri. La scena il cui il capo degli assassini declina alcune missioni chiestele da un funzionario, dicendo che non sono schiavi dello Stato, mi ha fatto salire il rispetto – e alcune domande: chi gli dà i fondi, allora? Un pugno di ricchi nostalgici?

Le due mini vignette dell’alce che si allontana in silenzio per andare a bere e lasciare Yuri e il suo collega psicopatico ad affrontarsi mi hanno fatta morire dal ridere forse più del resto del volume.

 

Il primo volume di A Witch’s Printing Office, invece, è stata una colossale delusione. L’idea di partenza era promettente: un isekai in cui una ragazza appassionata di storia della stampa finisce in un mondo di spade e magia e introduce questa tecnologia. Le possibilità erano enormi: libri magici prodotti in serie, una rivoluzione nel funzionamento della magia, politici e razze magiche che si accapigliano per limitare la stampa o averne il monopolio… e invece niente.

La protagonista si limita a organizzare una fiera degli incantesimi e ad aprire una sorta di agenzia editoriale. Sulla carta potrebbe anche sembrare interessante, ma l’esecuzione è piatta: i pochi momenti riusciti sono nettamente sovrastati da quelli noiosi. Le situazioni sono abbozzate, i personaggi estremamente prevedibili e il fanservice messo a caso.

La triste verità è che la serie non ha alcuna intenzione di raccontare una storia, solo di essere un lungo omaggio a una fiera letteraria/nerd che si tiene a Tokyo. Non fa nessun tentativo di nasconderlo e avrei voluto che lo esplicitasse nella quarta di copertina; non tutti sono appassionati al funzionamento delle fiere, o a riferimenti che si possono cogliere soltanto andando a quella a Tokyo. La magia e l’ambientazione sono poco più che pretesti per gag e situazioni che si risolvono senza scosse o che avvenga nulla di memorabile.

È un peccato, perché lo stile di disegno è davvero splendido, e vederlo sprecato per una trama così inconsistente lascia l’amaro in bocca.

Ho fatto fatica a finire questo primo volume; l’idea di proseguire con i successivi è decisamente fuori discussione.

 

In onore della Quaresima, ho poi deciso di leggere un libro devozionale: Filotea – Introduzione alla vita devota di San Francesco di Sales.

All’epoca della sua pubblicazione, il testo fece scalpore: si riteneva infatti che solo i monaci potessero aspirare alla santità, mentre le persone comuni ne fossero escluse. San Francesco di Sales non era affatto d’accordo, e scrisse questa guida proprio per chi desiderava vivere da buon cristiano pur avendo una famiglia e responsabilità quotidiane.

Devo fare i miei complimenti sia all’autore sia al traduttore. Il testo non sembra affatto scritto nel Seicento — segno che l’animo umano, in fondo, non è cambiato poi così tanto, e che i peccati in cui si ricade sono sempre gli stessi. La traduzione è eccellente: la prosa è così scorrevole che difficilmente si direbbe di avere tra le mani un’opera tradotta.

In questo aiutano anche i micro-capitoli, perfetti per chi ha poco tempo o tende a distrarsi: ne leggi uno in meno di cinque minuti, ti dici “dai, ne leggo solo un altro”… e vai avanti a raffica, come fossero popcorn.

I consigli per la vita spirituale sono, nel complesso, ottimi ed equilibrati. Alcuni passaggi, però, mi sono sembrati fuori dalla portata del lettore moderno — o forse semplicemente dalla mia: già faccio fatica ad alzarmi la mattina, iniziare la giornata con ore di orazione interiore mi risulta impensabile. È già molto se parto senza imprecare. Magari fosse altrettanto semplice mettere in pratica, passo dopo passo, ciò che il libro propone.

E poi c’è la questione del padre spirituale: se trovarne uno valido non era facile nel Seicento, dubito che oggi la situazione sia migliorata.

Eppure, proprio nella sua attenzione alle differenze individuali — quando osserva che ciascuno ha un temperamento e circostanze proprie, e che pretendere lo stesso grado di devozione da tutti è irragionevole — emerge una saggezza che supera quella di molti, troppi manuali di psicologia contemporanei.

Un’ottima lettura, che ho gustato con calma e che mi è dispiaciuto finire.

 

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