Nei mesi di lettura intensa, è facile che alcuni libri spicchino più di altri. Eccone due che mi hanno particolarmente colpita — e che meritano più approfondimento di quanto ne avrebbero in un normale wrap-up.
Prima recensione: An unruly summon
Purtroppo, uno dei primi libri di marzo è stato un disastro ed è già un serio contendente nella top 10 dei peggiori dell’anno.
Sto parlando di An unruly summon, una parodia dark dei tipici isekai giapponesi.
Uno studente universitario americano viene evocato in un mondo di spade e magia per salvarlo, ed è piuttosto diffidente nei confronti di coloro che l’hanno catapultato lì. I primi capitoli – in cui è chiaro che il rituale di evocazione è fortemente sconsigliato e i politici hanno deciso di ricorrervi perché privi di spina dorsale – sono molto spassosi, e riescono a stabilire un’atmosfera coinvolgente di segreti, tensione e minaccia all’orizzonte. È un buon equilibrio di sapori, peccato che tutto crolli nella seconda metà della storia, dove l’atmosfera si fa molto più cupa e sanguinaria, ci sono buchi di trama e si verificano eventi che compromettono la sospensione di incredulità del lettore e la caratterizzazione dei personaggi. Il finale mi ha proprio lasciato l’amaro in bocca.
Detto ciò, a parte i buchi di trama e i momenti out-of-character, riconosco che il mio problema con questo libro deriva dai miei gusti personali.
Se a te che leggi questo articolo piacciono i dark fantasy con intrighi politici e provi curiosità per le light novel, questo è un ottimo punto di partenza per cominciare a leggerle. Devi avere un minimo di tolleranza per i buchi di trama e un livello di inglese da medie, ma per il resto potresti amare follemente questo libro.
Se è il tuo caso, passa alla prossima recensione e ignora quanto sto per dire.
SPOILER WARNING, QUESTA NON È UN’ESERCITAZIONE
Per il bene delle letture di tutti gli altri e di ciò che è rimasto della mia salute mentale, provvederò ora alla dissezione completa di questo libraccio.
Ho amato i primi capitoli, davvero. Il protagonista è credibile, ha un suo senso di giustizia e non la sente di lasciare nei guai quelle persone, ma al contempo non è uno stupido e cerca di raggranellare informazioni e potere magico alle spalle dei suoi evocatori. È sacrosanto che si indigni per l’esistenza della schiavitù — e della tortura psichica che ne mantiene le vittime in una trance felice al prezzo di identità e sanità mentale.
I membri del suo “harem” – costruito apposta per manipolarlo – sono: una guerriera potente e lealissima al regno, una maga scienziata pazza con zero considerazione per la sua stessa classe nobiliare e virginità, la schiava maid che fa pietà al protagonista e si innamora di lui subito perché lui è gentile, e la principessa Stephanie. Quest’ultima è il personaggio con più buonsenso del gruppo e, forse, dell’intero libro. Non era d’accordo nell’evocare il protagonista, ma fa del suo meglio per tenerlo controllato in modo che possa contribuire al bene del regno. Non è una santa, ma è difficile non capirla; vuole il meglio per il suo popolo in quel momento difficile, e sebbene non le piaccia mentire al protagonista, farà ciò che ritiene giusto. È pragmatica e i genitori condividono lo stesso orientamento. La famigliola è anche protagonista di un paio di scenette leggere che li umanizzano.
La situazione inizia a precipitare quando il re, contrariamente al parere di Stephanie – che ci litiga e rischia pure grosso – decide di far uccidere la maid inscenando l’attacco di un demone. L’obbiettivo è di instillare nel protagonista un feroce odio contro quell’intera specie, prima di terminarne l’addestramento e spedirlo in prima linea.
Tenete anche conto di due cose: gli eroi evocati dalla Terra ottengono poteri enormi in pochissimo tempo, e il veleno usato per ucciderla è fabbricato dai demoni ed è fiato di drago.
Un tempo lontano, umani, demoni, elfi e nani vivevano in armonia, finché i draghi non resero vaste aree di terra inabitabili con il loro fiato. Gli dei concessero allora a un demone prescelto il potere di sterminarli, ma, una volta eliminata la minaccia, questi iniziò a compiere genocidi per garantire le risorse rimaste ai demoni.
Per fermarlo, gli dei crearono il sistema di evocazione degli eroi: esseri umani da altri mondi, potenziati e poi rispediti a casa a missione compiuta. Da allora, le specie convivono in un equilibrio precario nei pochi territori rimasti fertili.
Da secoli si tenta invano di purificare le terre contaminate — finché non arriva il protagonista, che, spinto dalla disperazione, improvvisa una nuova magia e riesce a salvare la maid sia dal veleno, sia dal condizionamento mentale.
Questo sconvolge gli abitanti del regno e li costringe finalmente a vuotare il sacco. La guerra dei demoni non è di sterminio, ma di vendetta: alcuni nobili, agendo di propria iniziativa e per pura incompetenza, li avevano costretti a consegnare enormi quantità di cibo. Ora i demoni pretendono il triplo come risarcimento, oltre alla cessione di una pianura coltivata fondamentale, senza la quale rischierebbero di morire di fame. Alcune scene dal loro punto di vista confermano che sono pronti a uccidere abbastanza umani da evitare questo destino.
Eppure esiste una via d’uscita: se il protagonista accettasse di purificare le terre contaminate — o almeno provarci — il conflitto potrebbe risolversi pacificamente, concedendo ai demoni i terreni coltivabili richiesti senza rischiare la fame.
Stephanie si diece pronta a morire per placare la sua comprensibile rabbia per essere stata ingannato e quasi rispedito a casa con la forza. Pur avendo tentato invano di salvare la maid, gli mente dicendo di essere stata lei a suggerire il tentato omicidio. Così facendo, spera di salvare i suoi genitori, la patria, e forse il mondo – e anche le sue chance di ereditare la corona. Sotto sotto, sanno tutti che lui non la ucciderà. L’intera corte, lì riunita, è col fiato sospeso.
Il lettore medio, a questo punto, pensa “ehi, è un’ottima occasione per imporgli di abolire la schiavitù”.
Invece no. Questo è stato il momento in cui mi sono crollate, in un colpo solo la storia, la voglia di proseguire, la caratterizzazione e la sospensione di incredulità.
Perché quello che chiede il protagonista in cambio della sua collaborazione è di fare di Stephanie la sua schiava.
Dopo che aveva letteralmente fatto crollare il mondo per salvare una maid.
Dopo tutto quello che aveva detto e pensato su quanto fosse orribile la schiavitù e il controllo della mente – su questo sono d’accordo, ma a maggior ragione trovo la sua richiesta stupida e ingiustificabile.
È una scelta che tradisce completamente la sua caratterizzazione, sia personale sia culturale – da eroe americano amante dei diritti e della giustizia.
Farla soffrire per mesi di tortura mentale per poi liberarla con uno schiocco di dita, come fosse uno scherzo, è un atto orribilmente perverso — una dimostrazione di sadismo e stupidità incompatibile col prima e dopo del personaggio.
Mi ha guastato anche il finale, perché mi immaginavo già due scenari: o lui riesce a risanarla e lei comunque ci resta male perché le resterà addosso il ricordo del dolore subito, oppure, per qualche motivo, lui non ci riuscirà e scoppierà uno psicodramma tanto grande quanto evitabile.
Uno dei personaggi più riusciti, complessi e di maggior buonsenso in quel mondo di pazzi, ridotto a carne da cannone per un po’ di drama e cliffhanger.
Prima ancora di vederlo portato a termine, aborrivo questo plot point.
Ed eravamo solo a metà libro.
Cosa ne pensano i genitori e il padre, che secondo il testo sarebbe molto affezionato a lei? Scrollano le spalle. La madre dice “tanto sappiamo che quello stato è reversibile, lei si prenderà una vacanza e potrà dare all’eroe solo le informazioni che sarà, poi tutto come prima. Quindi, tesoro, fatti forza e vai a salutare i tuoi fratelli e sorelle e i servitori, ché poi chiameremo il torturatore mentale. Vai, su”. Ho un po’ parafrasato, ma per più di metà dicono proprio così.
Ho odiato questo punto così tanto.
Ma la storia prosegue, e mi ero detta che magari stavo esagerando. Magari il protagonista riuscirà davvero a salvarla e in ogni caso i demoni sembrano abbastanza ragionevoli; hanno intuito che il protagonista ha il potere di far sparire il veleno e preferirebbero o rapirlo, o aiutarlo a vivere in modo che possa salvare il mondo in futuro.
Sono stata troppo ottimista.
Il protagonista riesce a purificare un’area di terreno avvelenato, ma subito dopo — dal nulla — arrivano sia un’orda di mostri che lui è troppo stanco per affrontare, sia dei demoni. Questi, che odiano profondamente gli umani, rivelano che il conflitto non riguarda solo il cibo: gli umani hanno usato il controllo mentale, un tabù tollerato solo sugli schiavi. Ora che hanno anche l’eroe, la pianura coltivabile non basta più: qualcuno deve pagare.
L’eroe e il suo seguito rientrano in fretta e furia, ma sul trono trovano un altro sovrano: Georg.
Il re e la regina, suoi genitori, per ottenere la pace hanno accettato di far giustiziare sia i responsabili sia sé stessi, con i loro corpi esposti in segno di disprezzo nelle città demoniache.
Georg è distrutto dal lutto, dalla mancanza di un vero funerale e dalla presenza del colpevole indiretto: il protagonista. Ai suoi occhi è semplice: se avesse accettato di combattere, i suoi genitori sarebbero ancora vivi; in caso contrario, sarebbe stato rispedito a casa, e loro sarebbero comunque ancora vivi. Lo ritiene quindi responsabile della loro morte e della quasi-morte della sorella — e, onestamente, fatico a dargli torto per quanto riguarda il secondo punto.
Nel frattempo, la maid si libera pian piano dal controllo mentale e riemerge la sua vera personalità: le piace truccarsi e i vestiti. Punto. Altro non è dato sapere, a parte il fatto che ama il protagonista – pur sapendo di non essere ricambiata – e continua a fare la sua maid-zerbino perché ora lo vuole.
Perché, perché l’amore dev’essere sempre la tomba della personalità e della volontà dei personaggi d’ogni sesso? Che senso ha avuto liberarla dalla schiavitù e farla tornare sé stessa se è quasi uguale a prima? Che senso hanno avuto le frecciatine dell’autore contro gli harem e i personaggi femminili piatti, se alla fine ha scritto comunque un harem e personaggi femminili piatti il cui unico scopo è far sviluppare il protagonista tramite trauma e reazioni?
Che senso ha la scena commovente in cui la maid riabbraccia i genitori — dopo essersi venduta come schiava per salvarli, mentre loro si logoravano per riuscire a riscattarla — se poi decide di lasciarli e continuare a fare da serva al protagonista?
Possibile che non esista una via di mezzo tra le insopportabili girl boss arroganti e gli zerbini iper-femminili senza spina dorsale e volontà?
E non è finita qui.
Il protagonista insegna la magia di purificazione a vari maghi, compresa una demone cat-girl, finché non si ritrovano improvvisamente davanti a una colossale orda di mostri. È esausto, alle strette — e qui arriva il primo salto nel vuoto: gli basta farsi sentire di una magia leggendaria capace di sterminare qualsiasi cosa in un vasto raggio, la usa al primo tentativo… e funziona.
Mostri annientati. E, incidentalmente, anche i suoi compagni.
Poi, tramite un aggeggio portatile della guerriera, torna sulla Terra, riesce a farsi rispedire indietro, usa un’altra magia proibita leggendaria per riportare in vita i suoi compagni e, già che c’è, purifica anche vaste porzioni di terra contaminata.
Così. Senza sforzo. Basta nominargli una magia impossibile leggendaria, lui ripete il nome e bum! Tutto fatto.
È un’escalation che più ci penso e meno ha senso — e meno è supportata dal testo.
Sennonché, arriva la prima “limitazione”: la guerriera non torna in vita, perché la magia risponde al suo senso personale di giustizia. Siccome lei stava per uccidere la maid e lui le portava rancore, resta morta.
Il protagonista può purificare ettari di terreno, usare miliardi di incantesimi, sganciare l’equivalente magico della bomba atomica, riportare in vita i morti e risanare gli schiavi – ma solo quando fa comodo al plot. A questo punto costruitegli un altare e veneratelo come una divinità che fa quello che gli pare quando gli pare, cos’altro posso dire?
Così, quando arriva Stephanie — ridotta a un guscio vuoto, incapace di parlare, di muoversi, di essere qualcosa di più di un corpo — e lui non riesce a salvarla, ho provato molte cose: sdegno, odio, fastidio, ma non sorpresa.
Non è nemmeno solo colpa della stupidità dell’eroe se lei si è ridotta così. C’entrano anche l’estrema superficialità, crudeltà e stupidità dei genitori, il fatto che nessuno abbia mosso un dito per fermare tutto, e, forse, anche qualche nemico a palazzo. Il collare che le mettono al collo è diverso da quello della maid: contiene una magia di distorsione mentale così atroce da essere stata proibita, risalente a molti anni prima. Perché ce ne fosse ancora uno in giro per il palazzo, e perché sia finito proprio su di lei, resta un mistero.
Anzi no, non è un mistero. Lo so benissimo: serve all’autore per infilare un po’ di dramma extra, un cliffhanger e altro angst per i prossimi volumi.
Nel frattempo, il protagonista ha lasciato sulla Terra una lettera per la fidanzata e i suoi cari, spiegando la situazione. Immaginiamoci quando lei lo raggiungerà aspettandosi un eroe nobile e in pericolo, e invece lo troverà in compagnia di una scienziata pazza scostumata, una catgirl e una ragazza ridotta in schiavitù dopo settimane di tortura.
Ovviamente, dopo tutto il polverone sollevato per la maid schiava, lui accetta senza battere ciglio che Stephanie resti così e se la porta via come se fosse un cane appena ritirato dal veterinario. Bell’eroe antischiavista e anticlassista che può fare la morale agli altri.
Bastava mezza riga, un paio di parole, per far capire che si rende conto di aver fatto qualcosa di orribile, che si sente uno schifo, che è sopraffatto dal momento e può solo sperare di riuscire a liberarla in futuro, invece niente. Assolutamente niente.
Ho odiato questo libro e questo finale ancora di più. Più passa il tempo e più mi sale il rancore per i soldi e le speranze mal riposte. Ci sono così tante cose, soprattutto legate a Stephanie e alla sua famiglia, che restano senza alcuna risoluzione.
La cosa più frustrante è che non ce n’era bisogno: come cliffhanger, l’eroe che lascia il regno umano per aiutare i demoni bastava e avanzava.
Peccato che l’autore la pensasse diversamente.
Seconda recensione: Atlas – her the combatant, and him the hero
Fortunatamente, è poi giunto questo libro a rifarmi la bocca e risollevarmi l’anima.
È l’unione di tante piccole cose che, di solito, mi piaciucchiano o mi lasciano indifferente, ma il mix è fatto così bene che mi è spiaciuto finire il libro.
È la storia di due amanti impossibili che vivono a Noah, una megalopoli su più livelli costruita secoli dopo una catastrofe globale. Lei si unisce a un gruppo di Super cattivi (si fanno davvero chiamare così e sembrano usciti da un cartone animato) e lui a un gruppo di Super eroi.
Suona come il plot più visto e rivisto dell’universo, ma l’esecuzione è così brillante e include così tanti dettagli ben fatti e cesellati che merita molto più di quanto la quarta di copertina lasci intendere.
Per esempio, gli amanti impossibili in questione non sono sedicenni, bensì adulti fatti e finiti schiacciati da circostanze che non controllano.
La protagonista viene dai livelli (e condizione sociale) bassi e vive in superficie solo grazie alla generosità della sua mentore. Vorrebbe trovarsi un lavoro dignitoso per spedire soldi agli amati fratelli minori rimasti giù e ripagare gli sforzi della sua maestra, ma a causa della sua condizione sociale – e il fatto che non ha studiato alle scuole giuste – trova solo lavoretti che non bastano manco per pagare l’affitto. Per un lettore adulto, è impossibile non provare i feels per lei. Il primo capitolo è appunto occupato da un suo colloquio di lavoro che va male nonostante i suoi sforzi e l’apparente gentilezza dell’esaminatore.
Così, non ha altra scelta che rientrare all’appartamento – che può permettersi grazie al senso di pietà di Argus, il capo dell’agenzia di collocamento per tutti dove va tutti i giorni. Si sente in colpa per non richiamare la sua famiglia, ma non ha il cuore di confessare che sta fallendo e i soldi rischiano di finirle in pochi mesi.
Durante uno di questi lavoretti, incontra quello che è il suo futuro amante. Entrambi avrebbero voluto dare un profondo senso a questo momento, ma non si conoscevano ed erano distratti da altre faccende – lei alle prese con un lavoretto di giardinaggio, lui con una questione delicata.
Argus si rende conto che il senso di sopportazione di lei ha toccato il limite e le offre un altro tipo di lavoro: combattere per l’organizzazione semi-terroristica Atlas. I suoi membri indossano super tute che ne celano l’identità e sono pagati piuttosto bene. Il loro scopo è mettere in difficoltà la spietata élite tecnocratica che ha il controllo di Noah e ne combina di cotte e di crude – nella speranza, un giorno, di rovesciarla. La protagonista finisce per accettare e durante la sua prima missione – che doveva essere deviare un cargo senza umani a bordo per fare da diversivo ai capi – incontra il suo futuro amante in super tuta da eroe.
In quel mondo, gli eroi sono coloro che salvano gente, combattono Atlas e compiono grandi imprese – e hanno contratti miliardari. Anche loro hanno super tute, alcune delle quali risalenti a epoche passate che accettano di essere controllate soltanto da eroi.
Una delle cose che adoro di questa serie è la Storia; è accennata brevemente, ma quei pochi spiragli accendono l’immaginazione. Dopo un periodo chiamato “epoca d’oro” (ossia i giorni nostri), l’umanità finì alle prese con una brutta catastrofe planetaria, dopodiché con varie guerre. Da quello che si inferisce, dopo la catastrofe alcuni umani svilupparono poteri speciali che usarono per opprimere gli altri – per opporsi a loro, alcuni crearono tute speciali come quella del protagonista, in modo da difendersi ma senza rischiare di consegnarle ai futuri tiranni. Esistono anche kaiju, mostri enormi che possono a propria volta essere usati come armi; la protagonista nota che l’ultima volta in cui ciò è successo risale a venti anni fa, e Noah ha ancora sistemi di sicurezza che sgamano chiunque porti in città parti di quei mostri. Quegli allarmi scattano anche quando qualcuno ha poteri legati a una particolare evoluzione ambientale – diversi da quelli che furono usati per opprimere. La protagonista ha poteri “legali” – può rigenerarsi in fretta ed è resistente al caldo e al freddo – ma gli allarmi le hanno dato noie.
Sapete chi invece ha i poteri illegali? Il co-protagonista e futuro amante.
Esatto, qua la controparte maschile ha il rango di co-protagonista, non esiste soltanto per ruotare intorno alla protagonista e dirle quanto è figa e speciale – o risolvere tutti suoi problemi buttandoci addosso soldi. Il suo potere consiste nel predire come salvarsi la vita, e funziona soltanto quando rischia la pelle. Uno dei superiori della mega-corporazione per cui lavora lo smaschera dopo che aveva salvato sé stesso e i suoi colleghi da un’esplosione dovuta a un malfunzionamento. Ma anziché denunciarlo e farlo condannare a un ergastolo a vita, decide di fargli indossare una di quelle antiche e potenti tute da eroe e farlo combattere contro Atlas.
Lui si ritrova così costretto a entrare in una guerra in cui non voleva prendere parte – resta sempre un pacifista che non vuole uccidere, contrariamente a quanto fanno gli eroi professionisti.
Le cose si complicano quando, in una missione seguente, scopre che i dati che Atlas stava cercando erano quelli relativi alla sua identità. Perché? Anche Atlas voleva arruolarlo? Davvero il suo potere ha quell’unica funzione? Ce ne sono altri come lui – che magari hanno predetto grandi cose su di lui?
Finora, solo l’immaginazione del lettore può rispondere a queste e altre domande.
Lui e la protagonista si reincontrano altre due volte e si ritrovano a prendere pizza da uno stand. Parlano, ed è l’inizio di qualcosa di bello … finché lei non trova il medaglione che lo fa trasformare in eroe e sgama la sua identità segreta. Decide di non dire niente, perché gli eroi moralmente buoni come lui non sono la regola. Dopodiché rincasano, ma vanno nella stessa direzione e quasi ci bisticciano … salvo scoprire che sono vicini di appartamento.
Fine storia. Applausi su applausi.
Ho adorato i personaggi. Lei sa combattere e non esita a menare se l’occasione lo richiede, ma non è una di quelle insopportabili girls boss che non sbaglia mai e odia gli uomini. Si preoccupa per la sua famiglia e chi ha intorno, compresi i suoi compagni di sventura di Atlas – senza di lei, una delle nuove reclute, un sedicenne, sarebbe morto male. Ha la testa sulle spalle, lealtà, generosità e spirito combattivo, ma anche umanissimi momenti di debolezza e dubbio. Quando finisce a combattere contro uno degli eroi più forti, i suoi superiori devono andare a salvarla – e persino il sedicenne che aveva salvato fa il possibile per aiutarla.
Lui è una persona buona che vorrebbe fare la differenza e non è razzista verso chi proviene dai livelli bassi – non sarei sorpresa se in futuro si ribellasse al suo potentissimo capo.
Quest’ultimo, ha palesemente il complesso di dio e va in giro vestito come Nerone. Non è un’eccezione, presso i capi delle mega-corporazioni. Non mi sorprenderei se ce ne fossero di peggiori.
I supercattivi superiori della protagonista sembrano usciti da un cartone animato come design, ma camminano in una zona grigia. Pagano senza fiatare e non hanno torti sui mali di Noah, ma non danno troppo peso alle vite umane dei loro sottoposti … tranne che a quella della protagonista. Uno dei capi, tra sé, lamenta di essersi riunito a lei in quel modo; è suo padre? Un amante da una linea temporale futura?
Se i super cattivi hanno aggeggi che permettono il teletrasporto dalla loro base sottomarina ed esistono potenti tecnologie perdute, perché non dovrebbero esistere macchine del tempo?
Il lettore potrebbe farsi anche altre domande: com’è la storia dei poteri e delle tute? Quali saranno le future manovre di Atlas e i loro avversari? Anche il co-protagonista scoprirà l’identità segreta di lei?
Le scene d’azione non mi fanno sempre impazzire, ma qua sì. I combattimenti, anche se resi semi-cartooneschi dalla presenza di super tute che danno super forza e super resistenza a chi le indossa, sono facili da seguire e hanno un peso fisico ed emotivo nelle vite dei personaggi. La paura, l’esaltazione, le strategie di secondo in secondo, la voce nella testa del co-protagonista che gli dice dove schivare … è bellissimo. Mi toglie anche la preoccupazione del “chi morirà?”. Se quelli di Atlas sono sopravvissuti a incendi, super pugni e a una super spada ficcata nella schiena, non sono troppo preoccupata per loro o il protagonista.
La protagonista dà per scontato che moriranno, ma preferisco interpretarlo come il pensiero di un personaggio che una predizione accurata.
Magari mi sbaglierò, ma ho apprezzato un sacco il variare dei toni in questa opera, i momenti divertenti, i misteri, i personaggi… non è poco.
La relazione evocata nel titolo è ancora ai primissimi stadi, ma lo considero un ennesimo punto a favore. Questo “slow burn” la fa sembrare umana, autentica e credibile – a differenza dei miliardi di amanti tragici sedicenni che si innamorano subito e scoppia subito tutto il dramma concentrato dell’universo pompato al massimo manco le tinte di alcune immagini su Photoshop. Spero che anche i volumi successivi mantengano questa velocità moderata e non esagerino col dramma – e, per favore, che non comincino con l’ammazzare personaggi. Sembrano tutti veramente umani, troppo per morire senza farmi star male.
Il mio apprezzamento per il libro è partito piano, ma più andavo avanti, più lo amavo, al punto che mi è spiaciuto finirlo – ed è una cosa che non mi capita spessissimo.
Di solito preferisco di default le originali versioni a light novel o manga di una storia all’adattamento anime, ma qua guarderei l’anime volentieri, se fosse adattato.
Non perdetelo.


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