Avevo visitato il Salone del libro di Torino già in passato, ma quest’anno vi ho partecipato come autrice per la prima volta. Ecco com’è andata!
La primissima fase di quest’avventura ha consistito nell’organizzazione: burocrazia, pagamenti, prenotare treno e albergo, eccetera.
Settimane a pensarci, con l’ansia che scalciava dentro come un cane portato dal veterinario, l’esame di mia sorella a Roma per diventare guida poco prima della data fatidica … e, infine, la data fatidica: il 13 maggio, giorno della mia partenza.
Preparare i bagagli, farsi venire mille dubbi, fare e disfare – e l’errore madornale di togliere due paia di pantaloni. Dopodiché, essere accompagnata alla stazione dell’Alta velocità – che non ringrazierò mai abbastanza per esistere – dai miei genitori, orgogliosi ma impossibilitati a seguirmi per questioni familiari dal pessimo tempismo.
Il viaggio va liscio, l’hotel mi accoglie con una stanza singola che per qualche giorno sarà la mia base e porto sicuro – letteralmente. Non lo so ancora, ma quel piccolo spazio solitario sarà un balsamo per la mia salute mentale, al termine di giornate intense, con tanta folla e file per qualsiasi cosa.
Quella stessa sera ho il mio primo impegno sociale: una cena con la mia amica e collega Marisa Salatino e la sua coinquilina Francesca. Le raggiungo dopo una passeggiata di dieci minuti.
Sono già stata a Torino e riconosco alcune delle vie, ma è una metropoli d’asfalto a cui non sento di appartenere.
La scelta ricade sul cibo d’asporto, che io e Francesca siamo mandate in missione speciale a ordinare e ritirare; difatti, Marisa è raffreddata e preghiamo non sia nulla di grave.
Complici la dieta e un’esperienza infelice, non frequento i kebabbari, ma siamo autrici allo sbaraglio con poco tempo e zero voglia (o modo) di cucinare. Ce n’è uno assai vicino con ottime recensioni che fa anche la pizza. Ordiniamo, e durante l’attesa assisto allo spettacolo dell’umanità scorrere accanto e dietro di me. Il tipo che prende gli ordini è un uomo di spirito che insulta bonariamente chiunque entri, a prescindere dall’etnia o altri fattori. Sono efficienti e veloci a cucinare;; davanti a noi, gruppetti piccoli e grandi continuano a entrare a mangiare, o attendere come noi un ordine da portare via.
Paghiamo – o, meglio, insiste per pagare Francesca, non aiuta che non li ho giusti e Francesca non ha da darmi il resto. Un giorno, spero di ripagarla. Rientriamo e ci inerpichiamo per le scale infinite del loro modesto alloggio. Lì troviamo Marisa, raffreddata ma intera e affamata quanto noi.
Si rivela una serata piacevole di chiacchiere e speranze per il Salone. Mi dicono che è normale essere nervose, soprattutto la prima volta. Il timore c’è anche in quelle successive, ma ci si fa l’abitudine.
Non so ancora se tornerò al Salone come autrice, ma spero che abbiano ragione e di poterci ritrovare più spesso in serate come questa.
È quasi con dispiacere che mi accomiato e prendo un taxi per il ritorno – mi dicono che Torino è sicura, ma da brava persona paranoica non sono tranquillissima a camminare quando è buio per vie che non conosco bene.
Se non altro, so che in un film horror sopravvivrei perché al primo orrore scapperei subito, lasciando agli eroi/stupidi a scoprire cos’è quel rumore in cantina e il sangue che cola dagli specchi.
Dopo una nottata non felicissima – colpa della mia ansia quanto del materasso alla Fred Flinstone (nel cartone, se ricordate, dormono sulla pietra), mi si para davanti il primo dilemma.
Quando parto? Il Salone apre alle 10.00, ma il mio primo turno al banchetto degli autori self – miei compagni di avventura con cui mi sono sentita tramite google meet e incontrerò allora per la prima volta – comincerò solo alle 14.00. Che faccio? Andare subito non ha molto senso perché vorrei evitare la folla e sbrigare qualche faccenda, magari arrivare dopo pranzo.
Come va, come non va, mi ritrovo lì per le undici e consumo il mio ingresso – ne ho 6 in totale sul pass, ma secondo un addetto mi basta far notare che sono un espositore e me ne possono dare altri – per capire come passare dalla fiera al Lingotto.
Avevo conosciuto il Lingotto durante un mio disperato peregrinare qualche anno fa, mentre cercavo di raggiungere il luogo dell’aperitivo in cima a esso. So per certo che quel luogo contiene un supermercato, svarianti ristoranti, negozi e farmacie. Faccio una veloce puntata in una di queste e poi vedo di capire dove andare a mangiare. Ho lo stomaco attorcigliato per l’attesa, una dieta da rispettare e un pomeriggio di (spero) vendite e riunioni, quindi evito il McDonalds. Mi ritrovo invece in un ristobar green a consumare un’insalata.
Non lo so ancora, ma sarà il primo di tanti pranzi e pasti freddi.
La digestione va a buon fine, ma il nervosismo è tale e tanto che ci metto un tot a capire in quale tavolino vogliono trasferirmi, e riesco pure a perdere la mappa del Salone che avevo comprato – e non ricomprerò.
Ormai è il mio momento di rientrare in scena – anzi, al Salone. Prendo un respiro, trovo la strada giusta e rieccomi in fiera, pronta a incontrare per la prima volta i miei colleghi e compagni nel nostro banchetto.
Mi aspettavo un largo bancone con un paio di sedie dietro per cui avremmo fatto a turni, ma mi sbagliavo. Il nostro banchetto è un piccolo tavolo del tutto sprovvisto di sedie – e, alla facciaccia di quanto ci era stato detto, siamo stati a noi a decidere come allestirlo e disporre i libri. I compagni che avevano il primo turno hanno fatto un buon lavoro, e anche nei giorni seguenti ci saremmo rivelati una squadra capace di adattarsi alle avversità – dagli spostamenti di banchetto, a promozioni e biglietti coi trope dei nostri libri.
Non correvamo nemmeno il rischio di rubarci i clienti a vicenda, perché i nostri libri appartengono a sottogeneri del fantasy quanto mai diversi.
La mia Camena è un reverse isekai diretto ai nerd – o chiunque cerchi letture fuori dal comune, mentre Il canto delle montagne di Cristian Vitali è un fantasy epico alla Tolkien; sempre lui ha scritto anche Italicus, un fantasy storico tra romani e norreni. L’ultimo custode di Mauro Lo Verso è una rivisitazione dark delle leggende arturiane ambientata ai giorni nostri con un tocco di reincarnazione, La città divisa di Sabrina Cardarelli è un distopico alla Divergent, mentre Tsuki di Isabel Soledad Giacomelli è uno YA di avventura, misteri ed esplorazione ambientato in un Giappone mitologico. Il segno dell’ombra di Elisabetta Rizzi è un fantasy di intrigo, La fenice di Pamela Criscuolo è un dark fantasy e infine Aeternum Historia di Sonia Mazzoni è un romance tra vampiri.
Fare una panoramica di tutti questi libri e specifici sottogeneri poteva diventare una corsa disperata per non perdere l’attenzione di chi si avvicinava, ma a decidere se restava e quale libro prendeva era sempre l’interesse per un genere o un altro.
Tra così tanti libri con copertine scure, Camena svettava coi suoi colori brillanti. Alcuni mi hanno fatto complimenti per la copertina, e ho poi girato queste lodi più che meritate alla mia artista Eddanko.
Il mio turno si è aperto con qualche vendita felice, con alcuni clienti che hanno comprato entrambi i primi volumi di Camena approfittando della mia offerta: per ogni coppia di libri, si aveva diritto a scegliere un adesivo fosforescente tra quelli dei quattro fantasmi. Opera della mia artista e della mia amica Marisa, sono molto piaciuti.
Finito il turno, ho avuto un’ora e mezza per tuffarmi nel Salone. Avevo già sbirciato i banchetti, e tra i miei primi acquisti c’è stato un raid al banco di Lindau. Questa casa editrice ha dato i natali ad alcuni dei miei saggi preferiti e speravo di trovare qualche nuova hit nella sua collana dei Leoni. Ho finito per comprare soprattutto opere assai ben tradotte di Chesterton e non mancherò di farvi sapere se è stata o no una buona idea.
In questa ora e mezza ho anche compiuto una piccola grande impresa: trovare il leggendario quinto padiglione dove agli espositori era dato gratis il ciondolo di plastica a cui appendere al collo il biglietto. Dava un aspetto professionale e ce l’avevano quasi tutti gli autori al Salone. Trovarlo ha richiesto una discreta scarpinata e più giri al banco informazioni, ma infine l’ho trovato. Mi sono sentita come Link quando apre uno scrigno, o stringe la spada leggendaria per la prima volta.
L’incontro a cui ho partecipato più tardi si è rivelato una delusione; anziché essere incentrato sulle vendite degli ebook, parlava delle innovazioni di Rakuten Kobo. Interessante, ma non era quello che cercavo.
Il mio ultimo turno andava dalle 17.00 alle 19.00 e si svolse senza incidenti.
Quella stessa sera, scoprivo L’angolo verde, un ristorante vicinissimo al mio albergo che mi avrebbe regalato la pinsa romana migliore della mia vita. Sarei stata loro cliente per più sere di fila.
Dopo tanti pranzi freddi dietetici consumati seduta per terra, prendere qualcosa di caldo seduta in tavola sarebbe arrivato a sembrarmi un lusso, ma allora non potevo immaginarlo.
Venerdì 15 è stato un giorno tranquillo e senza scosse, con un turno dalle 10.00 alle 12.00 e il resto della giornata libero fino a una presentazione che pareva interessante alle 17.30.
Lasciare a un’amante della lettura il portafoglio e tante ore libere al Salone del Libro non poteva finire bene per il suo conto in banca.
Approfittai di quelle ore per esplorare a fondo i tre padiglioni principali, senza trovare nessun fantomatico bosco degli scrittori.
Quando venne fuori che nemmeno questa conferenza mi era utile – perché diretta a editori, bibliotecari, insegnanti e chiunque altro meno gli autori self – me ne andai carica di libri verso la fila dei taxi. Un po’ perché ero stanca di scarpinare e carica come un mulo di libri, ma anche perché la coda per entrare in metropolitana era infinita e lenta, mentre quella per i taxi si smaltiva in cinque minuti scarsi.
A seguire, una serata al ristorante Il sorriso, con delle orecchiette calde che mi hanno rinfrancato l’anima, e un profondo senso di gratitudine per quelle due-tre ore di solitudine e pace, tra Youtube e iniziare i libri comprati.
Avevo davanti un lungo weekend di lavoro e lo sapevo.
Sabato 16 avevo due turni, dalle 12.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 16.00, con una conferenza alle 17.30. Quest’ultima era di una piattaforma che offriva vari servizi agli autori self, compreso lo sbarco in librerie selezionate. Interessante e bello, ma tra tutte quelle ore in piedi – al banchetto e a curiosare – e una folla ché manco i gironi danteschi sono arrivata a sera che ero da prendere col cucchiaino.
Susanna, la cugina di mia madre, era passata a visitarmi – scegliendo di gran lunga il giorno peggiore. Nessuno dei giorni precedenti o seguenti era e si sarebbe rivelato così affollato. Le code infinite erano ovunque, che fossero per i bagni, i banchetti delle maggiori case editrici e, ovviamente, per andare alla metro. C’era tanta di quella gente che persino passare da un padiglione all’altro richiedeva una cura speciale per non urtare o finire urtati da qualcuno.
Seconda serata all’Angolo verde. Ero a dir poco stremata. Nonostante la folla, non avevo fatto nessuna vendita e questa piccola delusione, unita al brusio incessante, allo scarpinare chilometri per andare anche solo al bagno e all’avere la gente addosso ovunque finì per stancarmi più di tutti i giorni prima messi insieme. Quella sera non potevo saperlo, soltanto immaginare che il grosso delle mie energie era stato speso e, complici alcune notti quasi insonni, mi sarei trascinata per i giorni seguenti mossa dalla sola volontà, col corpo e mente trascinati a forza– e non sempre di pari passo con la testa.
Domenica 17 è stato il secondo giorno più stancante. Messa alle 11.00 (una chiesa vicina all’albergo ma dallo stile moderno orribile), risolvere l’emergenza pantaloni (avevo finito quelli puliti E abbastanza pesanti, così ho dovuto fare un raid nei negozi del Lingotto), e trovare il tempo di pranzare. Turno dalle 14.00 alle 15.00, conferenza dalle 16.30 alle 17.30, altro turno dalle 18.00 alle 19.00 e aperitivo con ritardo in cima al Lingotto alle 18.30.
Rispetto a sabato, ci sono stati molti più lati positivi: meno gente, un raid più approfondito al primo padiglione coi fumetti e manga, e interazioni umane significative coi miei colleghi scrittori di Rotte Narrative. Chiacchiere mentre si attendeva la conferenza e poi sul tetto del Lingotto …
Oddio, il tetto del Lingotto.
Avvertitili del ritardo e svolto il turno serale, mi precipitai al banco informazioni con una missione: scoprire il modo più veloce per raggiungere il caffè Fiat 500 sul tetto del Lingotto. Speravo in un bell’ascensore lì vicino, invece mi ritrovai a guardare dal baso all’alto una rampa in salita infinita.
In quel momento, fui in grado di capire il terrore degli eroi fantasy davanti a un serpente alato enorme con spire che sembrano infinite.
Ma al pari loro, non potevo lasciarmi intimidire. Avevo già un ritardo di mezz’ora, non ero nella posizione di girare tutto il Lingotto nella speranza di trovare l’ascensore che avevo usato l’altra volta.
Perciò, carica di libri e buste com’ero, iniziai a camminare su per quelle rampe alla massima velocità consentita dalle mie gambe stanche. Arrivata in cima, scoprii con orrore & sgomento che la scarpinata non era finita: non mi trovavo davanti al bar, bensì in un giardino con tanto di sentieri d’asfalto, fiori e decorazioni. Era la pista degli Agnelli.
È stato surreale, come quei protagonisti che di punto in bianco si ritrovano in mondi fantasy; non fosse stato per la fretta, avrei assaporato molto di più quel momento e il panorama su Torino e le colline che la circondano.
Ovviamente il bar era alla fine di quella pianura (che iniziavo a temere fosse) interminabile.
Ero stremata e rimpiangevo la decisione di partecipare all’aperitivo, ma mi è bastato posare a terra lo zaino e le buste per rilassarmi e sentirmi come tra amici. Ho reincontrato le persone con cui mi ero messa a chiacchierare in attesa della conferenza e conversato con loro e altri colleghi scrittori che non conoscevo, con età e gusti assai differenti dai miei.
Un uomo di affari appassionato di romance che scrive office romance– ambiente che conosce assai bene, altre persone che ho conosciuto su Discord – e riconosciute solo perché si erano presentate col relativo nickname…
Qualcuno aveva preparato un piccolo gioco con consigli di lettura.
Abbiamo fatto una foto tutti insieme; piccoli momenti speciali e piuttosto rari, se si è un gruppo così eterogeneo che viene da parti diverse d’Italia.
Una serata piacevole come non me ne capitavano da tempo. Non fosse stato per il freddo e il bar che chiudeva, sarei rimasta anche più a lungo.
È stata un’avventura anche arrivare alla metro – cosa che normalmente evito quando è sera (anche perché dove vivo io la metro non esiste, al massimo abbiamo taxi e bus tedeschi di quarta mano). Ma assieme a un gruppetto di altri, sono partita all’avventura con le prime stelle che spuntavano, discutendo di storie scritte e ancora da scrivere.
Ho fin provato un moto di ansia quando, saliti sull’ascensore per scendere in metro, le porte si sono chiuse senza che potessimo scendere né aprirle.
È poi venuto fuori che la pulsantiera giusta non era quella che avevo tentato di azionare io, bensì quella che era dietro a una mia compagna.
Non nascondo di aver provato qualche brivido mentre camminavo il più veloce possibile verso il mio porto sicuro dove mi ero assicurata un tavolo: L’angolo verde. È stato strano sedersi a cenare alle nove passate di sera; un coronamento solitario e balsamico a una giornata bella quanto intensamente vissuta.
Sto iniziando ora che scrivo da casa a sentire quella stanchezza abbandonarmi del tutto.
“Riposata” con sole quattro ore di sonno, iniziai così l’ultima giornata, lunedì 18 maggio. Al mattino ho avuto un colloquio proficuo e i miei ultimi turni dalle 12.00 alle 14.00 e dalle 15.00 alle 16.00.
Quel giorno mi sono spinta oltre le colonne d’Ercole, arrivando a scoprire che esisteva un padiglione non meno grande dei primi tre a nordovest. Ho trovato lì il fantomatico bosco degli scrittori: uno stand circondato da piante, allestito da una casa editrice di botanica. C’erano anche Mondadori, Feltrinelli e banchi di altre regioni, città e paesi – tra cui la Grecia. Ne ho approfittato per prendere un opuscolo sulla rivoluzione greca del 1800 di cui so assai poco.
Al di fuori, ho trovato un chiosco dell’Esselunga senza fila; il posto ideale dove prendermi il pranzo da consumare dopo – un wrap con feta, tonno e fagiolini così buono da farmi andare giù i fagiolini, che normalmente non sopporto.
Ho continuato a gironzolare fino al mio ultimo turno. Pensavo di trattenermi ancora, ma mi sono ritrovata assalita da una stanchezza tale e tanta, da indurmi a rientrare nella stanza.
Ho salutato i miei compagni di avventura e di banchetto – alcuni dei quali erano andati via prima di me.
Il sistema nervoso mi è stato piuttosto grato per aver preso il resto della giornata di pausa.
Il viaggio di rientro mi aspettava il giorno successivo, e si svolse senza scosse.
Questa fiera è stata una magnifica esperienza. Sono grata a Rotte Narrative per avermi dato questa possibilità, ai miei compagni di banchetto per il supporto tutt’altro che trascurabile, alle magnifiche persone che hanno scelto di dare fiducia al mio libro e a tutte quelle che ho incontrato.
Non ringrazio la persona che mi ha rubato uno dei miei set di sticker, ma questa è un’altra storia.
È stato bellissimo, ma ora sono contenta di essere tornata a casa, coi miei cari, il mio materasso morbido e le altre piccole comodità che mi mancavano – come consumare i pranzi a tavola, anziché seduta per terra.


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