Il resto del mio febbraio libroso è stato pazzesco, con alti, bassi e la conclusione di una serie che seguivo da anni.
Il 20° volume di How a realist hero rebuilt the kingdom è l’ultimo della serie. La seguivo da anni, tra alti memorabili e bassi di cui avrei fatto a meno; la conclusione è riuscita a farmi scendere lacrime di commozione e instillarmi la sindrome da “e adesso cosa ne faccio della mia vita? Troverò mai un’altra serie per riempire questo vuoto nel cuore?”.
Ho buoni motivi di credere che la risposta sarà positiva.
Questo volume è ben lontano dall’essere una conclusione epica e piena di mazzate; al contrario, è una raccolta di racconti brevi pieni di flash forward che parlano del nuovo, pacifico ordine mondiale che si crea dopo che il protagonista Souma aveva risolto gli ultimi casini nel volume scorso.
Questi racconti adottano il punto di vista di svariati personaggi, tra cui l’ottava moglie di Souma.
Sì. Per quanto mi piaccia la serie, la cosa dell’harem non mi è mai andata giù; forse è la cosa meno credibile di tutte che otto donne accettino di condividere un uomo senza mai essere gelose l’una dell’altra – l’autore sostiene che in quel mondo fantasy sia una cosa normale, ma mi sembra troppo comodo che il 98% dei problemi sia risolvibile facendo sposare al protagonista un’altra donna.
Prendere il potere? Ecco la prima moglie, figlia dell’ex re. Guerra? Una moglie per paese coinvolto e la cosa si risolve. Problemi diplomatici? Altra moglie. Bisogno dell’aiuto di un gruppo di avventurieri in particolare? Perché non sposare una di loro, già che ci siamo?
I racconti non sono particolarmente eccitanti, ma rispondono a tutte le domande lasciate in sospeso e sviluppano bene gli spunti e i personaggi dei volumi precedenti; paesi prima belligeranti si danno alle arti, il paese di elfi razzisti inizia lentamente ad aprirsi e uno di loro va a visitare le tombe dei defunti in un’epidemia, i figli di Souma nascono e crescono… e quello designato a essere re si ritrova incoronato di punto in bianco al suo quindicesimo compleanno.
Souma non era mai stato attaccato al potere e preferiva fare altro, lo so, ma io avrei aspettato altri tre anni, o quantomeno avrei avvisato prima il figlio – che giustamente, se ne lamenta col genitore.
E poi, capisco che la maid che l’ha allevato quand’era bambino è di una razza umanoide che vive secoli senza invecchiare, ma che lui le abbia chiesto di sposarla e lei abbia accettato mi puzza un po’ troppo d’incesto.
Eccomi qua, che volevo trasmettere il senso di pienezza e commozione che mi ha lasciato questo ultimo volume, ma la verità sui difetti emerge comunque.
Un’altra cosa che non mi è piaciuta è che non sia stata mostrata la guarigione dal trauma di una persona che era rimasta invischiata di cose più grandi di lei.
Nonostante tutto, ho provato soddisfazione e sollievo a veder risolte tante piccole cose che non sapevo di voler vedere risolte. È una postilla al finale che non sapevo di desiderare, il finale dopo il finale come dovrebbe essere fatto.
Di solito le storie che proseguono dopo che il protagonista ha risolto tutti i problemi sanno di brodo allungato, oppure annullano il lieto fine con falsi pretesti solo per proseguire – calpestando barbaramente i cadaveri dei personaggi di cui è assassinata la caratterizzazione. Qua no. Forse è la prima volta che succede. Aiuta molto il fatto che questo libro prosegue e conclude i precedenti, non include scuse per proseguire per un altro milione di volumi.
Oppure no?
In un flash forward che non mi aspettavo, il protagonista muore di vecchiaia circondato dalla sua famiglia, eppure l’autore riporta una leggenda secondo cui egli in realtà, sarebbe ringiovanito e vagando per lo spazio alla ricerca della Terra – e in effetti ci sono ulteriori, piccole bombe di lore che fanno intuire che questa potrebbe non essere una leggenda. Oppure potrebbe essere lo spunto per una nuova storia, o ulteriori racconti brevi.
Tanto di cappello all’autore – che nella postfazione racconta dettagli su come è nata questa storia. Gli auguro altri successi – ma per favore, basta con gli harem.
Il 4° volume di Heroine? Saint? No! I’m an all-works maid! And proud of it! Mi ha sorpresa in positivo. Non mi aspettavo che mi piacesse così tanto, è stato un vero e proprio ritorno di forma per questa serie fuffosa e divertente non priva di personaggi tragici, lore e serie riflessioni sul destino. È uno dei migliori esempi di ironia drammatica (e umoristica) nel mondo delle light novel, tutto a partire da un canovaccio usato e stra-usato: quello dell’isekai in un simulatore di appuntamenti. Molti dei personaggi sanno di essersi reincarnati lì dopo la morte in un incidente aereo, tranne quella finita nei panni della potente eroina. Solo due dei personaggi si conoscono, ed è tutto un gioco di prospettive, battute e sottigliezze assenti nel mondo di gioco.
Riusciranno i personaggi dalla sorte più tragica a salvarsi e riunirsi?
I personaggi nati lì non sono meno interessanti e sfaccettati – i miei migliori auguri alla sorella di Schue perché si faccia una vita migliore, lontana dagli abusi psicologici della madre pazza e della corte.
Per fortuna avevo già comprato il volume successivo!
Il 5° volume non perde un colpo, nonostante la trama (relativamente) più fuffosa e tranquilla. Lo stile, i personaggi e il ritmo sono brillanti come sempre; ci sono anche momenti drammatici e altri molto comici. Addirittura, fa una breve comparsata lo spettro della madre dell’eroina.
Ci sono anche molte semine narrative: quanto ancora durerà la tranquillità della protagonista? Presto o tardi, la sua identità verrà scoperta, gettando nel caos non solo la sua vita, ma anche quella della famiglia che la ospita e dell’intera capitale. Ma quando e come? Sarà la miccia che innescherà riunioni e smascheramenti? Purtroppo dovrò aspettare mesi, per scoprirlo.
Lanzarote – life on lava è uno splendido album fotografico sulla flora e fauna di Lanzarote. Le foto sono a dir poco stupende, scattate da professionisti, e le didascalie sono in spagnolo, inglese e tedesco. Questo è il suo unico punto debole: il fatto che per far corrispondere all’immagine la relativa didascalia, devi tenere aperte contemporaneamente due pagine distanti tra loro. Per il resto, è una lettura facile, agile e bella con un sapore di vittoria ed esclusività; difatti, vendono questo volume nel negozio del parco nazionale del Timanfaya, a cui si può accedere solo a (lauto) pagamento e dopo un’ora o più di fila in macchina.
Un tesoro conquistato a fatica.
Me è valsa la pena, perché certe specie di uccelli sono introvabili per il turista medio o non interessato al birdwatching.
Il 1° volume di The petty villain plays by the rules: rewriting this otome game with honest work! Sarà anche l’ultimo che leggo della serie. È stato un flop vergognoso.
Eppure i primi capitoli erano ben riusciti; andavano subito al sodo e dipingevano in modo toccante i rapporti familiari del giovanissimo protagonista – a rischio di andare in frantumi perché il padre è assente e ha le social skills al negativo, e l’amatissima madre è moribonda per una malattia.
Il protagonista risveglia i ricordi di una vita passata in Giappone a giocare a un videogioco il cui mondo ricalca da vicino quello dove vive ora; ricorda un antidoto al male della madre – che nel gioco era una condizione di stato curabile – e si mette al lavoro per salvarla. Fin qua, tutto bene.
“Ma dopo?” Mi chiedevo. Cosa farà il protagonista? Affronterà dungeon per trovare gli ingredienti? Istruirà degli avventurieri perché lo facciano al posto suo, usando conoscenze e trucchetti del gioco, impressionando gli abitanti del mondo? Sbloccherà i suoi poteri magici e li userà in mondo interessante e intelligente per-
No. Si mette a creare prodotti di bellezza a partire dalle piante di aloe e olive nella sua proprietà, li mette in commercio tramite una compagnia presieduta da un’elfa e li incarica di trovare gli ingredienti per l’antidoto.
Non è solo un anticlimax, è anche tremendamente noioso e del tutto privo di senso. Perché, in secoli di storia umana, a nessuno era venuto in mente di maneggiare l’aloe? Perché non esistono già prodotti di bellezza per le donne? Se esistevano nel nostro antico Egitto e secoli e secoli prima che la skincare divenisse scienza, non c’è motivo perché esistessero anche là. Avrebbe avuto senso se c’era di mezzo una ragione culturale o pratica – magari usavano la magia per pulirsi, ma non ne viene fornita nessuna. Tutti sono impressionati dal prodotto, pagano fior di soldi e osannano l’inventore manco fosse il Messia.
Il cliché “quello che viene dalla Terra usa le sue conoscenze in modo intelligente” non funziona in automatico. Souma aveva imparato che le cose nel mondo magico funzionavano in un modo per un valido motivo, e aveva dovuto impegnarsi e trovare assistenti e modi per applicare le sue conoscenze in modo creativo e specifico, non era un Messia che portava doni dal cielo a un volgo ignorante e sbavante davanti a cotanto genio, come qua.
Come se non bastasse, c’è un difetto ancora più grave: razze fantasy che non sono razze fantasy. Se l’elfa a capo della compagnia fosse stata un’umana, non sarebbe cambiato nulla. Nessun potere speciale, nessun riferimento alla loro vita lunga, usanze, nient’altro. È come riuscire a procurarsi una Ferrari funzionante e non farla andare oltre i trenta chilometri orari; è uno spreco di soldi e una frustrazione per chiunque.
Per non parlare di quella che avrebbe dovuto essere la scena più straziante del romanzo, che risulta tale solo se il lettore spegne completamente i neuroni.
Immaginate di essere al posto del protagonista, con la madre morente e la medicina salvavita finalmente pronta. Vi precipitereste nella sua stanza e gliela dareste subito, no? Lei la prende, sta meglio, lieto fine. Non ci vuole un genio.
Invece no. Entrano nella sua stanza, le parlano per pagine e pagine di come si chiami la sua malattia, di come sia stato merito degli sforzi congiunti del protagonista e i suoi alleati se ora questa medicina è pronta, come è fatta, come è stata fatta, battute, flashback, speranze, considerazioni varie… poi lei peggiora di colpo.
Doveva essere un momento straziante, ma nella mia testa io gridavo ai personaggi che potevano sbrigarsi un po’ prima.
Ma va bé; sta molto male, ma è viva, deve solo inghiottire.
Invece no. Riesce a urlare ma non a ingoiare. Sintomo mai avvenuto prima. Pensa la sfortuna.
Lacrime. Il protagonista diventa isterico, sembra tutto perduto, non fosse che il padre prende un bel po’ della medicina, bacia la moglie con la lingua, lei finalmente ingoia ed è salva.
È come nella pubblicità della Redbull, ma al singolare. Invece di “sooono finte!!”, “è fintaaaa!”. È una delle scene drammatiche più stupide, inautentiche ed evitabili che abbia mai letto. L’hanno piazzata solo per allungare il brodo e indurre il lettore a pensare che tutto sommato il padre non è un idiota totale. Dopo aver scoperto che la sua strategia per aiutare i suoi figli al di sotto degli otto anni ad affrontare il lutto imminente era tacere e distanziarsi dalle loro vite il più possibile, continuo a nutrire forti dubbi al riguardo. Il rapporto tra lui e il protagonista è carino; ho trovato toccante che il protagonista riesca a confidargli della sua vita passata e di come sappia tante cose, ma se non fosse successo saremmo ancora al punto uno.
A parte i rapporti tra il protagonista e la sua famiglia, il resto del cast e il mondo sono piatti in modo estremo. C’è un pizzico di intrigo politico, ma non è abbastanza (né scritto abbastanza bene) per elevare né salvare il romanzo.
Gli ultimi capitoli sono flashback del passato che narrano di come il padre avesse salvato la sua futura moglie da una brutta situazione e si fossero poi reincontrati. L’emozione suscitata, più che “aaaw, come sono carini insieme” è stata “poveretta, che sfiga, prima le minacce, la calunnia e la tentata violenza, poi la malattia”.
Ci sono anche scene di fanservice e/o fuffa e cose evitabili che mi hanno fatto girare gli occhi e le scatole, ma non sono nemmeno la parte peggiore.
Ci sono isekai molto migliori, in giro.
Lanzarote & Cesar Manrique – 7 edifici è stato l’ultimo libro del mese. È una mini-guida a luoghi di Lanzarote costruiti da questo famoso artista che ne era nativo: il Jameos de Agua, il monumento al campesino (cioè al contadino), il ristorante El Diablo presso il parco del Timanfaya, il Mirador del Rio, il castillo San José e relativo ristorante ad Arrecife, il Jardin de cactus (una sorta di museo botanico a cielo aperto dedicato alle piante grasse) e la Fundacion Cesare Manrique. Tutto ciò con splendide foto e curiosità che non sapevo, come il fatto che l’acqua del Jameos de Agua comunica col mare e il suo livello si alza e abbassa seguendo le maree. È una lettura agilissima con una buona prosa e pochi errori di grammatica; non è poco, in una traduzione. È un pezzo di Lanzarote che mi porterò a casa con gioia.


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